I fuochi d’Egitto, dalla primavera araba a Morsi

egittoArticolo a cura di Maria Giovanna Lanotte dell’Associazione Culturale Zenit

Mohamed Morsi è il primo presidente dell’era post Mubarak, un capitolo della storia d’Egitto durato venti anni. In questi giorni e’ al centro dei notiziari di tutto il mondo per essersi attribuito poteri “faraonici” a scapito della magistratura, poteri che serviranno a far lavorare in continuità il tavolo dei lavori per una nuova costituzione. Le decisioni del capo di Stato con questo decreto diventano inappellabili. Il 15 dicembre gli egiziani saranno chiamati a votare un referendum per rendere la Sharia, la legge islamica, la base del nuovo assetto legislativo e costituzionale. Questa iniziativa è coerente con le posizioni politiche dei Fratelli Musulmani, organizzazione internazionale islamica a cui fa fede il partito di Morsi, il Partito Libertà e Giustizia. E’la prima volta nella storia che la Fratellanza va democraticamente al potere. Nelle elezioni dello scorso giugno, Morsi si era candidato proponendo di ridare spina dorsale allo stato con la rettitudine della Sharia, escludendo tuttavia l’ipotesi di uno stato teocratico. Ha vinto con uno stacco di pochissimi punti percentuali (51 a 48) su Ahmed Shafik, primo ministro uscente di Mubarak, e con la partecipazione del 51% degli aventi diritto. La vittoria risicata si è tradotta in qualche tensione post elezioni con i sostenitori di Shafik, ma il presidente ha smorzato ogni malcontento annunciandosi come il presidente di tutti gli egiziani. La sua elezione è stata accolta con entusiasmo dalle realtà politiche di matrice islamica come Hamas in Palestina, una terra a cui il presidente ha subito rivolto parole di sostegno ed appoggio. I Fratelli Musulmani sono infatti notoriamente scettici circa gli accordi di pace del 1979 firmati con Israele, ma Morsi ha tuttavia mantenuto quiete le acque. Ha dichiarato: «Manterremo tutti gli accordi e i trattati internazionali perché siamo interessati alla pace dinanzi a tutto il mondo». Morsi ha trasformato queste parole di speranza in fatti lo scorso novembre, quando Israele ha dato inizio all’offensiva militare a Gaza denominata Colonna di nuvole, in cui si sono susseguiti eccidi contro la popolazione civile palestinese. Morsi ha proceduto ritirando il suo ambasciatore da Tel Aviv, organizzando una visita lampo di tre ore a Gaza del premier Kasham Kandil e dando voce alle vittime davanti a tutta la comunità internazionale definendo l’operazione “un’offensiva contro l’umanità”. L’Egitto si è reso così garante dell’accordo della tregua tra le due fazioni il 21 novembre insieme al segretario americano Hillary Clinton, e si è affermato come stato guida del mondo arabo nonché voce nel mondo delle istanze mediorientali. Il Washington Post ha commentato: “I rapidi cambiamenti in Egitto hanno lasciato gli Stati Uniti e Israele, con un partner meno flessibile, ma potenzialmente più forte. Morsi, un islamista, può pretendere di parlare per il popolo egiziano in un modo che a Mubarak non era concesso. E l’impegno dell’Egitto a sottoscrivere il cessate il fuoco può gettare le basi per Il Cairo per servire come fidato intermediario in qualsiasi futuro negoziato di pace”. Nel giro di due settimane l’Egitto è passato da questo status internazionale al baratro di una nuova guerra civile. Contro il decreto del 22 novembre sono scesi in piazza Tahir, la piazza simbolo della primavera araba, laici, cristiano copti, docenti universitari, magistrati, partiti di opposizione, e si sono contati sette morti e centinaia di feriti in disordini sia con l’esercito che con la fazione islamista. Particolarmente vigorosa è la rabbia dei laici, che avevano votato un islamista solo per non dare continuità al governo del faraone Mubarak. I manifestanti hanno minacciato l’incolumità fisica del parlamento e di Morsi arrivando a tagliare il filo spinato del palazzo presidenziale. Per contro il presidente ha schierato in difesa carri armati e blindati della guardia presidenziale. Il rappresentante dei cristiano copti presso i Fratelli Musulmani, Rafik Habib, ha abbandonato il governo. Alcune sedi dei Fratelli Musulmani sono state messe a fuoco, e la fratellanza è scesa in piazza per difendere il mandato elettorale e la volontà popolare lo scorso venerdì, quandi solo ad Il Cairo erano previsti 17 cortei diversi di contestazione. Fra questi spicca il Fronte di Salvezza Nazionale, un movimento di liberali e laici di sinistra creato poche ore dopo il decreto incriminato, che si è distinto per aver provocato un clima di intransigenza al prospetto della nuova costituzione. L’Esercito ha richiamato tutte le forze politiche, comprese le islamiste, per evitare che “la crisi sfoci in un disastro”, specialmente dopo il conferimento di poteri di arresto illimitati da parte di Morsi. Ha anche dichiarato di non volersi intromettere tra due fazioni, facendo quasi intendere di muoversi in modo indipendente. Con queste premesse, Morsi ha incontrato parte dell’opposizione in un “dialogo nazionale”, riunione boicottata dai liberali e dai laici, ha ritirato il decreto e promesso modifiche del testo costituzionale nella notte fra sabato 8 e domenica 9 dicembre. L’articolo 4 del “nuovo” decreto recita tuttavia: “Tutte le dichiarazioni costituzionali, inclusa la presente, sono immuni da ricorsi davanti ai tribunali”. L’articolo 3 preannuncia la formazione di un’assemblea costituente in caso di vittoria del no al referendum, per provvedere nei tre mesi successivi alla redazione di un nuovo testo. Sulla capitale nel frattempo sfrecciano caccia militari F16, il palazzo presidenziale è circondato da sit-in, la sede della televisione di stato è piantonata dalla guardia presidenziale. Morsi è stato abbandonato da molti suoi consiglieri di governo e da gran parte del corpo diplomatico egiziano all’estero, che si è rifiutato di sovrintendere al referendum di sabato. Il Fronte ha mantenuto l’orientamento di protesta poiché la costituzione islamista, dicono testualmente, “limita i nostri diritti e le nostre libertà”. Anche il Movimento giovanile 6 aprile, riconoscibile per il logo con il pugno chiuso, ha annunciato lotta ad oltranza al referendum. Esso è stato l’avanguardia della rivoluzione contro Mubarak e si inserisce in un quadro internazionale più ampio a differenza dei connazionali. Nel mondo infatti il pugno chiuso è il simbolo di Otpor, il movimento che ha provocato la caduta di Milosevic in Serbia nel 2000. Da allora i veterani di Otpor organizzano campi base di formazione per rivoluzionari di professione da tutto il mondo, a cui hanno partecipato anche i ragazzi egiziani del Movimento 6 aprile prima della rivoluzione. Il pugno chiuso delle rivoluzioni dette colorate si è ad esempio tinto di verde in Iran nel 2009 per le contestazioni ad Ahmadinejad, di arancione in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Libano, di nero per gli Indignados e Occupy Wall Street. Il loro campo campo base nella capitale serba si chiama Canvas (Centre for Applied Non Violent Action and Strategies), ed è finanziato dalla Freedom House (organizzazione non governativa con sede a Washington), dal miliardario americano George Soros e l’International Republican Institute, istituto conservatore con sede a Washington di cui fa parte anche il noto senatore John McCain. L’IRI è accreditato nello stesso Egitto come ONG ed è stato attivo anche durante le elezioni, motivo per cui è stato accusato di ingerenza straniera negli affari interni dai governi militari. La primavera araba è stata quell’insieme di sconvolgimenti geopolitici che dal dicembre 2010 ha portato ad un nuovo sistema di governi in tutto il Mediterraneo. Queste sollevazioni della media borghesia contro la corruzione dei governi sono passate dalle piazze di Algeria e Tunisia, dal Baharain, dal Libano, dalla rivoluzione egiziana contro Mubarak, dal colpo di stato in Libia e l’uccisione di Gheddafi, sino ai giorni odierni dei disordini in Siria contro Assad. Anche il G20, la riunione dei potenti della terra, come l’IRI aveva espresso durante la primavera araba la volontà di accompagnare le riforme tramite un aiuto finanziario. Un’intromissione certo meno sanguinosa della campagna in Libia. Finchè i popoli arabi subiranno l’imposizione della scacchiera occidentale nei giochi elettorali, la strada della pace resterà invalicabile. Una congiunzione fra Islam e democrazia non puo’essere innestata da corpi estranei nella cultura civica. E le nazioni della primavera araba, in meno di un anno, si sono ritrovate davanti ad un cupo inverno, prive di ancoraggio al sistema democratico e sulla borderline di un regime religioso. E’una settimana cruciale per il Medio Oriente: dagli sviluppi in Egitto, nazione leader della regione, conseguirà una governance diversa per tutto il sistema di alleanze. Da una parte troviamo l’asse Iran-Turchia-Siria e dall’altra Israele-Stati Uniti-Arabia Saudita. Ci auguriamo che, a prescindere dall’esito referendario, ne esca vincitrice la sovranità nazionale degli egiziani.

 

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9 anni.. tanti auguri Zenit!!

318263_100252316773833_1614657868_nPensiero di Matteo Caponetti dell’Associazione Culturale Zenit

La gerarchia non è un diritto è qualcosa che si costruisce con il tempo attraverso sacrifici, costanza, presenza, volontà e spirito d’appartenenza. Essere responsabili di una comunità vuol dire anche prendersi le responsabilità negli anni degli errori che si è fatti o accollarsi quelli dei propri fratelli. Essere responsabili significa amare la propria comunità e difendere il suo operato nel bene e soprattutto nel male perchè la tua comunità diventa parte di te, diventa la tua famiglia e non c’è poi niente di più importante al mondo. Essere responsabili di una comunità è saper essere umili, saper ascoltare, saper costruire, saper gioire con i tuoi camerati e saper affrontare le loro difficoltà perchè le loro sconfitte sono anche le tue, le loro vittorie sono anche le tue. Essere responsabili significa essere riconosciuti dai tuoi fratelli come chi deve mettere l’ultima parola e affrontare i nemici di dentro e di fuori con la fermezza e la forza che la comunità ti affida. Essere responsabili significa mettere alla prova la fedeltà di chi sta al tuo fianco. Essere responsabili significa non abbandonare mai per nessuna ragione al mondo la propria comunità a costo della vita. Essere responsabili è semplicemente donare anima e corpo all’idea, alle linee guida condivise con i tuoi fratelli ed essere sempre presente in ogni situazione, in ogni appuntamento, in ogni istante senza se e senza ma e conoscere fino in fondo i tuoi amici, i tuoi camerati perchè devi saper riconoscere quando qualcuno possa avere il bisogno di confrontarsi o di confidarsi o semplicemente sfogarsi solo così, anche se esso non sarà un guerriero, sai che nella lotta ideale o in uno scontro fisico non ti abbondonerà mai. Zenit è pronta a sfidare gli abissi e le viltà di questa società e lo continuerà a fare per molti anzi moltissimi anni ma sempre con il sorriso e lo sguardo limpido e puro perchè come noi non c’è nessuno!!
Dedicato alla comunità militante Zenit
Lunga vita all’Associazione culturale Zenit!

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Giornata e cena solidale a favore delle minoranze serbe del Kosovo

331232_448711561843616_555428205_oGiovedì dalle 15 alle 22 sosteniamo insieme i serbi del Kosovo.
Punto di raccolta fondi e materiale vestiario, scolastico e ospedaliero.
Alle 19 proiezione documentario di Riccardo Iacona “La guerra infinita” seguirà breve dibattito e illustrazione del progetto “Accendiamo la Speranza” e i risultati raggiunti nel corso di questi anni di attività di solidarietà in Kosovo.
Cena italiana con aperitivo e pasta gentilmente offerta da un noto ristorante romano (€ 10).

Kosovo je Srbija!!!

Via Antonio Caracciolo 12 Roma

Associazione Culturale Zenit

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Come quando…

chavez sorriso 2Articolo a cura di Jacopo Trionfera dell’Associazione Culturale Zenit

Come quando promettesti di ridurre la povertà nel tuo paese e la dimezzasti, portando aiuti, cultura e medicinali nelle periferie di Caracas e nelle campagne venezuelane, come quando fornisti petrolio al 40 per cento del prezzo di mercato ai cittadini indigenti di New York in barba all’odiato Bush, come quella volta in cui definisti Obama un impostore ricordando i 40 milioni di poveri degli Stati Uniti d’America e il fallimento delle speranze degli africani che avevano creduto nel “Presidente nero”, come tutte le volte in cui denunciasti l’olocausto palestinese. Come quando dicesti che i maggiori introiti petroliferi si sarebbero dovuti  utilizzare in programmi d’aiuto verso le fasce più deboli della popolazione, come quando i venezuelani più poveri  dei  barrichos vennero a sostenerti per ribaltare un colpo di stato attuato da imprenditori petroliferi filo statunitensi nei tuoi confronti; come quando durante un vertice a Copenhagen ti schierasti a favore di giovani che manifestavano contro il capitalismo per le vie della stessa città, come puntualmente rispondesti con referendum a chi ti tacciava di essere un dittatore e di truccare le elezioni. Come quando minacciasti la nazionalizzazione delle banche che non ti avessero sostenuto nelle riforme agricole, come nel momento in cui decidesti di strappare il tuo paese alle grinfie usuraie della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale,  come quando aumentasti il salario minimo, rendesti gratuita l’istruzione e le borse di studio, quando creasti una banca popolare affinché concedesse crediti per scopi sociali e umani, come tutte le volte in cui ci regalasti un sorriso da Presidente sincero e gioviale quale sei, di fronte ad un mondo politico globale grigio e tecnocratico.

Auguri di pronta guarigione, ieri come oggi:

ADELANTE HUGO CHAVEZ!

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Don’t cry for me Europa

cristina-kirchner140Articolo di Cristina Di Giorgi dell’Associazione Culturale Zenit

Eva Duarte Peron, una delle più grandi donne della storia dell’Argentina e non solo, nel musical ispirato alla sua figura cantava “Don’t cry for me Argentina”, dedicandola al suo amato Paese. A tanti anni di distanza e dopo infinite vicissitudini, un’altra donna di grande spessore e carattere è oggi insediata saldamente nella Casa Rosada: è Cristina Kirchner, avvocato e dal 2007 Presidente dell’Argentina. E conoscendo il suo carattere forte e il suo profondo e sano nazionalismo, potremmo forse immaginarla, parafrasando il brano di Evita, mentre canta un sentito “Don’t cry for me Europa”, con il quale grida al mondo intero di non preoccuparsi per il suo Paese (che è abbastanza forte da cavarsela da solo) e che è finito il tempo in cui si poteva sfruttare liberamente l’economia argentina.
Si, perché la Kirchner è alla guida del primo Stato in assoluto a promulgare una legge che segna un gran bel colpo nella guerra (perché di vera e propria guerra si tratta, anche se combattuta senz’armi convenzionalmente intese) contro l’ordine economico fondato sullo strapotere delle banche. La legge in questione, votata ed approvata il 28 novembre scorso (43 voti a favore e 19 contrari), vieta in quanto “illegale e immorale” ogni forma di speculazione finanziaria basata sui “derivati”, cioè tutti i prodotti finanziari (per es. obbligazioni e azioni) il cui valore dipende dall’andamento sui mercati internazionali di un altro bene. In altre parole, quando questa norma verrà resa esecutiva (presumibilmente entro un mese dalla sua approvazione) le banche e gli istituti finanziari potranno occuparsi soltanto degli investimenti relativi ai beni reali, senza poter “scommettere” sui derivati (perché spesso e volentieri le speculazioni non sono altro che scommesse, in quanto tali assai aleatorie per giunta…). Per i non addetti ai meandri spesso molto complessi dell’economia mondiale, l’importanza di un fatto come questo può non essere di evidenza immediata. Ma basta pensarci un attimo per rendersi conto che quella posta in essere nel Paese guidato dalla Kirchner è una vera e propria rivoluzione: l’economia argentina, ripresasi da una grave crisi che l’ha colpita nel corso dell’ultimo decennio (con la dichiarazione di bancarotta da parte del Governo nel 2001 e due ristrutturazioni del debito nazionale, rispettivamente nel 2005 e nel 2010), si sta imponendo sui mercati occidentali con un’ascesa notevole. Ed è per proteggere le imprese locali (e quindi garantire la solidità della crescita economica interna) che lo Stato, con la legge di cui stiamo parlando, si riappropria dell’economia nazionale e instaura uno strettissimo controllo sulla finanza che, in quanto braccio operativo dell’economia reale deve essere ad essa subalterna e sottoposta per questo ad uno stretto controllo dello Stato centrale. Di conseguenza le banche e gli istituti di credito non hanno più la possibilità di agire sul mercato autonomamente. In parole povere: tutela dei risparmi personali, incremento del credito alle piccole e medie imprese locali, aumento degli investimenti nelle industrie nazionali e soprattutto, garanzia ai cittadini che i soggetti operanti nel mercato lo facciano, come si legge su La Naciòn, “con l’unico ed esclusivo intento di trarre profitto da un’attività che però deve avere immediatamente, come riflesso economico, l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, l’allargamento degli investimenti in industrie nazionali e l’assunzione di nuovo personale per andare all’attacco della disoccupazione giovanile che il governo considera la priorità assoluta in campo politico, economico, sociale”. E per ribadire questo concetto, il Presidente Kirchner pone un aut aut: “O la finanza capisce che i soldi servono per sviluppare l’economia allargando il mercato del lavoro, gli investimenti, dando credito alle imprese a interesse minimo e abbattendo la disoccupazione, oppure possono anche andare a investire in Europa, in Italia e in Spagna, se è questo che vogliono. Là li accoglieranno a braccia aperte”. E sempre la Kirchner, in risposta alle critiche del FMI, ha dichiarato: “preferisco un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il PIL viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più”.
Leggendo queste parole, che di sicuro hanno causato ben più che qualche mal di pancia alle lobbies finanziarie mondiali (e di questo tutti coloro che dichiarano di voler combattere lo strapotere delle banche non possono che rallegrarsi), non si può non pensare che anche in tempi cupi come quelli odierni, è possibile realizzare qualcosa di positivo in campo economico. Qualcosa che dia anche ai singoli cittadini la speranza che, nonostante i colpi che la profonda crisi attuale ha inferto su tutti, sia ancora possibile riprendersi. Partendo dall’orgoglio per la capacità delle proprie imprese nazionali e dall’efficienza di uno Stato in grado di proteggerle e tutelarle.
L’Argentina e la sua tradizione peronista, sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli, per mezzo del suo Presidente Cristina Kirchner si è quindi dimostrata disposta a tutto pur di svincolarsi dalla schiavitù dei colossi finanziari e difendere la propria sovranità economica e politica. Un atteggiamento dal quale tutti i paesi del mondo dovrebbero prendere esempio. E chissà perché (ovviamente la domanda è più che ironica!) nell’Italia di Monti, che della finanza internazionale è figlio e servo, di tutto questo si sta ben attenti a non parlare. Continua a leggere

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Impressioni di luce 5

Impressioni di luce 5

Rubrica a cura di Luca Cagnazzo dell’Associazione Culturale Zenit

Ponte Flaminio, situato nella zona nord di Roma, è uno dei ponti più belli e monumentali della città. Con la volontà di realizzare un nuovo ingresso monumentale e risolvere i problemi di viabilità di una nuova area urbana che si andava sviluppando alla destra del Tevere, nel 1930 venne concepito tale progetto. I lavori iniziarono poco prima lo scoppio della II Guerra Mondiale e furono interrotti nel 1943. Ripresero nel 1947 e, dopo un’altra interruzione a causa di problemi strutturali, il ponte venne terminato e fu inaugurato nel 1951. Dal piano stradale, dove inizialmente era prevista una selciatura romana larga quattro metri, si innalzano quattro lanterne, basamenti con aquile, e bassorilievi di candido travertino bianco che richiamano alla mente la grandezza dell’Urbe e della sua storia.

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