Diario di un viaggio: l’Iran

inline-iran-brickwall-halal-internet-intranetRubrica a cura di Jacopo Trionfera dell’Associazione Culturale Zenit

Parte 1

Nel corso del 700 l’illuminismo e la rivoluzione francese sancirono la definitiva scissione tra potere temporale e spirituale. Da quel momento in poi, la Chiesa sarebbe stata custode della ritualità, della preghiera e del culto; un governo e un parlamento si sarebbero occupati della gestione politica, senza, a loro volta, contrastare decisioni prese nell’ambiente clericale per ciò che riguardava i suoi affari. Si manifestava, a livello filosofico e conseguentemente empirico, la vittoria della Ragione: la quale avrebbe permesso il concretizzarsi,  con la scomparsa del potere assoluto di origine divina, della migliore tra le realtà possibili. Weberianamente, al “potere tradizionale”, basato sulla credenza, da parte delle popolazioni ad esso sottoposte, in un ordinamento sociale derivato da leggi e valori sacri e perpetuati attraverso millenni, si sarebbe sostituito, progressivamente, il potere “legale razionale”, in cui ogni struttura statale avrebbe avuto alla sua base una costituzione, stilata da governanti eletti a suffragio prima limitato e poi universale. Ogni successiva decisione politica sarebbe stata ancorata allo stesso virtuosismo, e il voto avrebbe costituito sempre, per il cittadino, l’occasione per revocare il mandato all’elettorato passivo, se  quest’ultimo non si fosse dimostrato all’altezza del suo compito.

Il pericolo insito nella scissione tra le due cariche toccava tutti gli aspetti di una società ed era  duplice:  per il potere politico, perché secolarizzandosi  avrebbe potuto  perdere di vista il sacro obiettivo di offrire prosperità e giustizia agli individui, cadendo nella corruzione e ridimensionandosi  a brama di ricchezza personale; per la società civile stessa, che ne avrebbe risentito  in quell’organicità che usi, costumi e tradizioni eterne le avevano in passato garantito, con conseguenze pratiche devastanti, come lotte di classe, egoismo concorrenziale e  alienazione rispetto alla comunità.

La Persia, sotto la dinastia dei Qajar, appariva alla fine dell’800 strettamente dipendente, a livello economico e culturale, da paesi come Russia e Gran Bretagna: gli europei erano fautori di una laicizzazione dello stato, volta soprattutto ad emarginare politicamente e socialmente il clero sciiti. Il 19 agosto 1953, tramite agenti presenti a Teheran, la CIA mise in atto un colpo di stato ai danni dell’allora primo ministro Mossadeq, “colpevole” di voler nazionalizzare le società petrolifere iraniane, dei cui utili, beneficiavano, ovviamente, soprattutto gli inglesi e gli americani. Gli Usa sognavano ancora, alla fine degli anni ‘60, l’Iran, paese musulmano che godeva, tuttavia, di buoni rapporti con Israele, come avamposto di potere in medio oriente, con lo shah nel ruolo di garante degli interessi angloamericani nel settore petrolifero locale.

Ruhollah Khomeini, classe 1900, figlio di un dottore della legge islamica e portati a termine, in giovane età, gli studi teologici, iniziò, dal 1962, ad opporsi al despotismo di Muhammad Reza, criticando con toni forti gli arresti arbitrari e le torture perpetrate dalla Corte Suprema nei confronti degli oppositori. Indomabile spirito combattivo, arrestato nel 1963 ed esiliato, Khomeini era convinto che per la rinascita iraniana non fossero necessarie preghiere o particolare applicazione nei lamenti rituali, tipici dello sciismo, ma una vigorosa attivazione delle guide spirituali. L’ayatollah voleva riportare nella vita sociale persiana  le regole economiche, politiche e giuridiche dettate dal Corano ed espellere, dalle fila degli alti prelati, coloro che si erano arricchiti tramite i Pahlavi e alle spalle del popolo. Nell’ideologia khomeinista, a tutti i componenti della comunità islamica sarebbero stati garantiti uguali diritti politici, in una forma democratica di rappresentanza (repubblica) in cui i cittadini avrebbero potuto eleggere un parlamento , il majlis, a suffragio universale. Le leggi, però, sarebbero state quelle immutabili e assolute del Corano, che oltrepassavano la contingenza delle società esistite ed esistenti; nessuna maggioranza avrebbe avuto il diritto di mutarle, corromperle o dissolverle: l’unica costituzione sarebbe stata quella di Dio. Negli anni ‘70, mentre l’Imam si pronunciava, l’Iran era un paese oppresso da un sovrano, il quale, invece di occuparsi del’arretratezza, della povertà o della disoccupazione dilagante, festeggiava sfarzosamente i 2500 anni dalla fondazione del’impero persiano.

La rivoluzione islamica del 1979, cresciuta sotto la tutela ideologica di Shariati e Khomeini, fu attuata da uomini e donne desiderosi di tornare a essere padroni del proprio destino. I progressi sociali furono nell’immediato e sono stati, nel corso degli anni successivi, notevoli: le imprese dei notabili, che avevano fatto affari con la corte e tramite prestiti statali usufruiti a interessi modesti, furono nazionalizzate per non dissipare il capitale umano che le aveva sorrette; furono distribuiti ai contadini 850 000 ettari di terre confiscate, permettendo la nascita di oltre 10 000 cooperative, con un contemporaneo aumento del prezzo dei prodotti agricoli. Per migliorare la qualità della vita nel paesaggio rurale furono costruite strade, ospedali e strutture adeguate per irrorare acqua e fornire elettricità. Gran parte del bilancio del regime è stato speso in sussidi ai meno abbienti e gli operai godono tuttora di tutele degne dei paesi più sviluppati: 6 giorni lavorativi, 48 ore settimanali e paga ogni 7 giorni, con mutui contratti a interessi ridicoli tra le banche e le coppie giovani e i ceti meno abbienti. La mortalità infantile è diminuita del 70 per cento e l’analfabetismo tra i 6 e i 29 anni è un fenomeno quasi del tutto assente nella Repubblica Islamica odierna.

Le vicende storico sociali affrontate richiedono due riflessioni conclusive. La prima riguarda l’islamizzazione che la società iraniana ha subito a partire dal 1979: per le donne tornò l’obbligo del velo, per gli uomini la possibilità di sposarsi con più donne contemporaneamente, con pene corporali molto severe per bevitori di alcoolici, “fornicatori”(ovvero chi consumasse rapporti extra matrimoniali), ladri e spacciatori e pena capitale certa per l’adulterio. I maggiori critici dell’Islam ritengono queste punizioni irrispettose della vita e dei più basilari diritti umani. Noi affermeremo, invece, che se giudicassimo “estreme” certe pratiche per la loro durezza (personalmente, per esempio, mi ripugna il pensiero di una donna lapidata, anche se fosse la peggiore delle prostitute), dovremmo ammettere, per essere imparziali, che “estremi” sembrano essere anche alcuni nostri costumi occidentali: qui non ci sono veli , ma gonne lucide, trucco alla Moira Orfei e pseudo mutande ridotte a fili di cotone; l’alcool è permesso, certo, ma  si muore di cirrosi epatica o ci si va a schiantare con la macchina di papà, magari dopo aver sgranocchiato qualche pasticca di ecstasy. Abbiamo regolamenti meno oppressivi che in passato per quello che riguarda  il matrimonio, ma  proprio per questo tradiamo, consumiamo il rapporto  e lo abbandoniamo con grande facilità. In poche parole, noi uomini occidentali siamo liberi di fare qualsiasi cosa finchè la legge ce lo permette, ma siamo schiavi della necessità di soddisfare i nostri bisogni edonistici ed egoistici, tradendo uno scarso senso della misura. Appare evidente, quindi, la relatività  di un eventuale giudizio negativo sulle usanze degli islamici più ortodossi in tema di moralità .

Seconda considerazione: la fede religiosa, se vissuta e applicata con dedizione e non per mera apparenza, può rendere organica la vita in comune e cementificare l’appartenenza all’interno di qualsiasi gruppo sociale, dalla tribù primitiva al più evoluto degli stati moderni. Far parte di un aggregato, grande o piccolo che sia, in cui l’aspetto emotivo dello stare insieme sia accompagnato da quello spirituale, è concepito dagli uomini come sacro,  un’essenza che supera la semplice somma quantitativa dei singoli. Ma se la percezione della trascendenza degli invalicabili confini che ci racchiudono sarà priva di una corrispondente organizzazione militare, tattica e politica predisposta, eventualmente, anche a debellare possibili tentativi di attacco dall’esterno, il nostro spazio vitale sarà destinato a perire. Tristi esempi storici ne sono stati gli Indiani d’America nell’800 e più recentemente i Palestinesi: popolazioni che vivevano armoniosamente e pacificamente ma che sono state devastate nel loro territorio perché incapaci di difendersi. La geopolitica , d’altronde, è un po’ una proiezione della vita, e oggi, in entrambi i campi, la giustizia spesso soccombe alla legge del più forte.

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Una risposta a Diario di un viaggio: l’Iran

  1. dimgmiki ha detto:

    ________________________________ Da: WordPress.com A: dimg.miki@yahoo.com Inviato: Lunedì 17 Dicembre 2012 19:39 Oggetto: [New post] Diario di un viaggio: l’Iran

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