Abkazia. Un paradosso tutto europeo

img_606X341_Analysis-0803-ABKHAZIAArticolo a cura di Mattia De Persio dell’Associazione Culturale Zenit

 

Situata nel cuore del Caucaso, affacciata ad ovest sul Mar Nero, confinante a nord con la Russia e a est sud-est con la Georgia, l’Abkazia viene definita dai suoi abitanti come uno “Stato parzialmente riconosciuto”, ma viene considerata dalla comunità internazionale come uno stato de facto, titolare della gestione della propria sovranità, ma a cui non è riconosciuta l’indipendenza. La questione prese piede quando il blocco sovietico cominciò a sgretolarsi sul finire degli anni ottanta, alimentando le tensioni etniche nella regione tra abkazi e georgiani che esplosero in vista dell’indipendenza di Tbilisi (il 9 aprile 1991). Malgrado le principali organizzazioni internazionali (Onu, Osce e Unione europea) abbiano riconosciuto l’Abkazia come parte della Georgia, nell’agosto del 2008 il parlamento abkazo ha chiesto alla Russia, al termine della guerra in Ossezia del sud, di riconoscere il suo stato come indipendente da quello georgiano. La richiesta è stata accolta senza indugi dal Cremlino, seguito da Nicaragua e Venezuela. Tuttavia, ancora oggi, c’è una strenua volontà a non riconoscere l’Abkazia da parte della Georgia, come ha affermato il presidente Alexander Ankvab, richiamando le evidenti diversità storiche e culturali che differenziano i due popoli e che affondano ben oltre il medioevo. Se da un lato Mosca ha acconsentito allo stanziamento di 3500 suoi soldati in territorio abcazo e alla concessione del passaporto russo alla popolazione, dall’altro il governo di Tbilisi gode dell’appoggio dell’Unione europea e degli Usa che considerano, sminuendola, l’Abkazia un Paese fantoccio in mano ai russi. Se però molti Paesi europei sono sul punto di cambiare idea, qualsiasi iniziativa georgiana ha lo scopo di destabilizzare economicamente e politicamente l’Abkazia. Infatti, sebbene l’80% degli investimenti nel territorio sia russo e Turchia e Giordania abbiano dato il loro consenso a sviluppare relazioni economiche lungo il Mar Nero, sull’economia abkaza grava tuttavia un embargo che la isola dal sistema economico internazionale. Basti pensare che la Georgia ha proposto di creare per abcazi e osseti un passaporto “neutrale”, ma che sarebbe ancora un documento georgiano che consentirebbe a Tbilisi di limitare i loro movimenti. “Un blocco controproducente e condizionato da terzi”, questa è l’accusa del Cremlino, dove il sostegno degli Stati Uniti alla Georgia in chiave anti-russa sembra condizionare la comunità internazionale onde evitare di analizzare la questione. Per questa ragione il mondo occidentale si preoccupa di sottolineare che Sukhumi non è la capitale di alcuno Stato, come ha ribadito il segretario generale della Nato Andres Fogh Rasmussen, richiamandosi al diritto internazionale: “La sovranità e l’integrità della Georgia e i confini internazionalmente riconosciuti non contribuiscono a trovare una soluzione pacifica”. Quello che è vero è che Sukhumi non tornerà mai sotto Tbilisi. E a replicare a Rasmussen è lo stesso presidente abcazo il quale, nel corso di una sua recente intervista, ha paragonato la condizione del proprio Paese a quella del Kosovo, sottolineando come la comunità internazionale abbia adottato un diverso atteggiamento per i due casi (se si tiene conto, ad esempio, che la repubblica kosovara può millantare 81 riconoscimenti internazionali rispetto ai soli 4 nei confronti dell’Abkazia) se si considera che nei Balcani si è assistito alla creazione di uno stato privo di radici storico-culturali. Paradossi di un’Europa che non c’è quando ci sono da risolvere conflitti di questo tipo.

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