Viviremos y venceremos

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo a cura di Davide Ciotola per l’Associazione Culturale Zenit

 

Oggigiorno nello scacchiere post-strategico internazionale alcuni posti rilevanti sono quelli che vanno occupando paesi che, soprattutto a causa del determinante possesso di materie prime ancora insostituibili nei contemporanei processi economici, possono vantare il diritto di divenire esempio e modelli guida di riposizionamenti ideologico-politici, sfidando il monolitismo del pensiero (post)democratico odierno.

E’ questo il caso del Venezuela, o meglio, dal 1999, della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ma è soprattutto la sfida politica di colui che questo nuovo nome nazionale ha coniato e riempito di significato: Hugo Chavez, presidente dal 1998, il quale arriva nel 2012 al delicatissimo passaggio delle elezioni per la sua riconferma in un terzo mandato dopo ben 14 anni di amministrazione del potere.

Un primo fatto ci esplicita che mai come in quest’epoca di Governo Bolivariano il popolo si è espresso attraverso la partecipazione diretta a votazioni: presidenziali, politiche e importantissimi referendum costituzionali e revocatori; nessuna cancelleria che si voglia definire davvero democratica, per quanto politicamente avversa, può negare questo dato.

Ma, assai probabilmente a causa del suo essere fautore di una nuova ferma posizione contraria al neoimperialismo economico di stampo USA, invece Chavez si vede, oggi nella sua corsa alle elezioni come da sempre, osteggiato da gran parte della comunità “democratica” internazionale.
Questo nonostante il suo concreto sostegno al rinascimento della cooperazione latinoamericana attraverso l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) , ripensata e da svilupparsi naturalmente al di fuori da quella tutela diretta statunitense che ha lasciato quelle cicatrici, mai chiuse, degli anni tristi del neoliberismo di recente memoria.

Al contrario, in questo progetto comunitario, che si colloca appieno nella prospettiva della Rivoluzione Bolivariana fortemente idealizzata e propugnata da Chavez, ha trovato sostenitori più o meno ossequiosi e leali nei vertici politici argentini, brasiliani, boliviani, uruguayani, nicaraguensi e, indimenticati e ideologicamente importantissimi, cubani.

E’ però un importantissimo fatto anche il dato di un’economia del Paese in condizioni pessime, la quale sopravvive solo grazie al prezzo alto del petrolio.
La nazione si indebita nei confronti dell’alleato cinese costantemente e progressivamente e lo Stato accresce ogni anno il suo debito pubblico, creando negli anni un’ipoteca sul successo dell’offerta del socialismo nazionale di Chavez: sanità accessibile, istruzione gratuita, soldi quanto bastano, cibo al di sotto del costo di produzione e case per tutti sono tutte componenti, in questa tendenza attuale, messe a repentaglio, se non nel breve, sicuramente nel prossimo medio periodo.

Da queste considerazioni scevre da pregiudizi, opportunamente e politicamente rielaborate, muove anche Henrique Capriles Radonski.
Il candidato che sfida Chavez parte avendo vinto le primarie dell’opposizione con il 64% dei voti, ovvero con un risultato forte da opporre ad un presidente che lo schieramento degli oppositori vorrebbe riuscire a far apparire soprattutto ormai debole, anche presentando i tredici anni passati al governo, in cui Chavez ha accumulato 1500 ore di discorsi, in uno stridente confronto con l’ultimo anno, in cui egli ha effettivamente passato invece ben 200 giorni in ospedale, a riposo o all’estero, dunque spingendosi addirittura a sollevare  dubbi su chi realmente stia tenendo attualmente il timone del Paese.
Il programma dell’opposizione, riunita dunque in uno schieramento unico chiamato Mesa de la Unitad Democratica (MUD) , contiene obiettivi economici e sociali ambiziosi: superare la dipendenza dal petrolio, aumentarne la produzione, differenziare l’economia, sfruttare meglio le riserve di gas, rivedere i trattati commerciali internazionali, combattere la criminalità riducendo la diffusione di armi e impegnando più polizia per le strade.
Capriles stesso, governatore di Miranda, il secondo stato più popoloso del Paese, ha investito come Chavez moltissimo nell’istruzione gratuita durante la sua amministrazione regionale; ma se la sua candidatura ha avuto successo grazie al modo di parlare semplice e all’immagine che ricorderebbe il comune cittadino, è pur vero che data la sua appartenenza al partito conservatore Primero Justicia, e la provenienza da una famiglia di imprenditori, per moltissimi è e rimane un politico di destra, quindi liberista, dunque legato a quel passato a cui non tornare.

In questa situazione è un ultimo fatto che a pochi giorni dal voto in Venezuela l’incertezza è comunque massima, così come la polarizzazione dello scontro politico, con Chavez che accusa Capriles di preparare sottobanco un durissimo piano di ristrutturazione ultraliberista e Capriles che accusa Chavez di preparare un colpo di stato militare in caso di sua sconfitta, il tutto sottolineato dai soliti sondaggi di dubbia autorevolezza, ma ancor più dagli scontri che, quotidianamente, avvengono per le strade di una Caracas e di un Paese sempre più ostaggio di violenze diffuse.
Chavez dalla sua non mostra incertezze sul valore del legame col suo popolo, il quale in effetti (tranne per un referendum nel 2007) lo ha sempre sostenuto e confermato con grandi quantità di voti, ma soprattutto con una mobilitazione popolare che, pur logorata negli anni, non si è ancora spenta nel suo ardore (si pensi al colpo di stato di cui è stato vittima nel 2002 e alle conseguenti moltitudini che hanno protestato e lottato in strada fino al suo ritorno a Miraflores, il cui ricordo è ancora vivissimo in Venezuela), e che ancora crede nel sogno del concreto cammino della Rivoluzione Bolivariana: con le elezioni si sancirà dunque se questa parte del Paese corrisponde ancora a quella maggioranza a cui la democrazia attribuisce la vittoria, senza ma e senza se.

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