La vita è una merda e tu non sei da meno

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Articolo a cura di Alessandro Catalano/NationalPopArt! Dell’Associazione Culturale Zenit

Un teatro è un teatro certo, come è certo che un pubblico è un pubblico, potremmo discutere della preparazione dello stesso pubblico ma a questo punto chi scrive dovrebbe spegnere il pc, accendere la play station e soffocare ogni anelito di critica.

Critica dilettantesca ma pur sempre critica entusiasta quella che mi accingo a fare sicuro di prendere cantonate enormi nei confronti dello spettacolo andato in scena il 22 settembre ad Area 19.

Una chiacchierata al bar tra sconosciuti amici al limite dell’improbabile, un barista da due voci e una storia di ordinaria nullità, una vegana dall’alito pesante, un aneddotista maniacale, una giovane nomofobica e infine il protagonista, ben vestito, filosofo amaro ed ironico della modernità.

Il dialogo varia attraverso personaggio e personaggio salvo poi ricondursi ad una unica e sostanziale conclusione “la vita è una merda e tu non sei da meno”, mai apertamente ma costante leitmotiv.

E’ la disperazione che diventa comica, la disperata ostinazione di esistere non avendo di meglio da fare.

Gli spunti politici e le citazioni sono entusiasmanti, dai greci froci ai palestinesi gaggi al tg2, disillusi e inquieti, sono i momenti seppure brevissimi in cui i personaggi sono qualcosa di più, il momento in cui anche colui che non vale nulla sente il bisogno di intervenire, il bisogno e l’urgenza di pensare.

E tutto va avanti, con l’ipotesi di suicidio che fa capolino come la citazione dissacrante e per questo onorabile di Evola e Céline, tanto per ricordare al pubblico quanto è piccolo il confine tra la terra e il cielo, tra il fango e il sole.

Manca forse solo un personaggio, mai presente, non parla perchè non è li, non si manifesta eppure è colui del quale si sente la mancanza, l’uomo della milizia, colui che supera la disperazione e ne fa scudo contro l’atomizzazione dell’essere, manca lui o forse quel lui è proprio il pubblico.

“Tanto quello è de Casapound”

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