La Libia e il suo sentiero (ri)battuto

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Articolo a cura di Davide Ciotola

 

 

Bruxelles, 18 luglio 2012: “Voglio congratularmi con il popolo libico per i risultati di queste prime libere elezioni in mezzo secolo (…) questo scrutinio rappresenta un impressionante passo in avanti nella transizione della Libia verso la democrazia, dopo 40 anni di dittatura (…). La Nato è fiera del ruolo svolto assieme ai suoi partner per proteggere il popolo libico sulla base del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (…) la Nato resta a disposizione per fornire assistenza, se richiesta, per costruire quelle istituzioni moderne di difesa di cui la Libia avrà bisogno”, firmato Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato.
Queste poche righe basterebbero anche ad un osservatore poco avvezzo allo studio delle relazioni internazionali per comprendere quanto del futuro prossimo cammino della Libia contemporanea sia illusoriamente in realtà in mano alle decisioni del popolo sovrano, e quanto sia invece ben più cinicamente in mano alle elite burocratico-tribali del Paese stesso, in concorrenza tanto con le vecchie e costipate potenze politiche euro-atlantiche, quanto con le sempre più dinamiche potenze economiche arabe.
Comunque la competizione elettorale ha visto protagonisti tutti i principali e più o meno giovani partiti attivi nel Paese:
–  l’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), composto da circa 65 partiti liberali e guidato da Mahmud Jibril, ex Ministro dell’Economia sotto il regime gheddafiano;
–  il Partito Giustizia e Costruzione, ala politica dei Fratelli Musulmani in Libia e guidato da Muhammad Sawan;
–  il Partito della Nazione (Al Wattan), di orientamento islamico e guidato dall’ex capo militare salafita Abd al Hakim Belhajj e dal religioso libico, ma che ha trascorso numerosi anni in esilio nel Golfo e in Qatar in particolare, Ali al-Sallabi;
–  il Fronte Nazionale per la salvezza della Libia, storico partito dell’opposizione costituitosi all’estero negli anni ‘80 con basi a Londra e negli Stati Uniti;
–  il partito salafita dell’Autenticità (Al Asala);
–  il nazionalista Partito del Vertice, avente come leader Abdullah Naker;
–  la Corrente Nazionale Moderata, guidato da Ali Tarhuni, già Ministro del Petrolio.
In tutto alle elezioni hanno quindi partecipato i rappresentanti di oltre 100 partiti, molti dei quali formatisi dunque solo negli ultimi mesi prima della votazione.
Nella tornata elettorale si è votato per i 200 parlamentari che comporranno il Congresso Nazionale Generale (CNG), il nuovo organo legislativo che sostituirà il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) formatosi poco dopo l’inizio della rivolta del febbraio 2011. Il CNG dovrà nominare in seguito il nuovo Premier ed il governo, i quali resteranno in carica fino alle definitive elezioni parlamentari del 2013.
I risultati finali delle elezioni parlamentari, annunciati dal presidente della Commissione Elettorale Suprema Libica Nouri al Abbar, hanno visto infine ottenere l’affermazione dell’Alleanza delle Forze Nazionali, guidata dal suddetto Mahmoud Jibril, tra l’altro anche ex premier del Consiglio Nazionale Transitorio, ai cui rappresentanti andranno 39 degli 80 seggi concessi ai partiti; il partito dei “Fratelli musulmani” ha ottenuto invece 17 seggi, ma nel Congresso Generale Nazionale (Parlamento Libico) è stato anche previsto che 120 seggi saranno distribuiti tra i candidati indipendenti.
Per quanto positivo, quantunque il risultato non basta a Jibril ad avere la maggioranza nell’Assemblea Nazionale: i suoi seggi sono infatti largamente minoranza rispetto al totale dei 200 di cui si compone il CGN e soprattutto di fronte ai 120 che sono stati riservati ai candidati indipendenti, dei quali peraltro al momento è ben difficile identificare l’orientamento politico, vera fotografia della frammentazione etnico-tribale-clanica e di micro-poteri locali del Paese più che di un suo spaccato ideologico.
Jibril, esponente della tribù Warfalla, la più numerosa e forte della Libia, in questi ultimi mesi ha ben giocato d’anticipo comportandosi come premier in pectore e cercando di legittimarsi non tanto nei confronti della comunità internazionale, accondiscendente ad una qualsiasi soluzione volta alla stabilizzazione dell’area, quanto invece nei confronti della comunità libica stessa: l’8 giugno scorso Jibril stesso ha dichiarato durante un briefing che i partiti libici si sarebbero dovuti  alleare comunque per costituire congiuntamente il nuovo governo; Hamada Siyala, portavoce dell’Alleanza, ha suggerito inoltre che gli islamisti non devono esserne esclusi: “Chiediamo la formazione di un governo di unità. Il prossimo passo è un passo nazionale, che ha bisogno di tutti gli sforzi e della partecipazione di tutti i libici (…).Consideriamo gli altri partecipanti alle elezioni dei partner, non dei nemici“, ha dichiarato all’Associated  Press.
Ma sebbene questi organismi possano quindi vantare un forte e trasversale sostegno internazionale, sono ancor ora alla ricercadi quel consenso popolare necessario per formare un governo funzionante sul territorio, perché, più concretamente, al momento nessuno è in grado di controllare alcuna forza all’interno del Paese, né di imporre le proprie scelte politiche alle forti tribù libiche. Non a caso, una delle accuse in passato mosse al governo di transizione è quello di essere un organo a difesa degli interessi di una parte della popolazione (in particolare quelli della Cirenaica).
Quello che emerge, dunque, è un quadro altamente frammentato, ancora ben lontano da un chiaro passaggio verso una più o meno voluta transizione democratica, testimoniato dagli innumerevoli episodi di violenze sparsi equamente in tutto il Paese, di cui vale la pena di menzionare quantomeno l’occupazione dell’aeroporto di Tripoli, l’attacco al consolato americano di Bengasi all’inizio di giugno, gli attacchi alle raffinerie petrolifere nella Cirenaica, le manifestazioni di gruppi islamici radicali, l’aggressione al convoglio dell’Ambasciatore britannico a Bengasi, il sequestro di alcuni funzionari della Corte Penale Internazionale a Zintan, gli scontri tribali nel Fezzan, e per ultimo proprio l’attacco all’ufficio elettorale di Bengasi.
E’ evidente che l’Europa, la ormai ancora solita grande assente dalle relazioni e dai fatti internazionali che stanno segnando la recente storia contemporanea, e l’Italia in particolare, ben superando i lapalissiani motivi storici contingenti, avrebbero evidenti vantaggi da un maggior coinvolgimento nella stabilizzazione del paese.
Se l’Europa è ancora quanto più lontana dall’avere una politica estera comune, o perlomeno con un qualche contenuto o effetto davvero concreto, l’Italia sta attraversando una fase di profondo ripensamento della propria politica mediterranea, nella quale sarebbe richiesto un coinvolgimento più dinamico e creativo di quello attuale, seppur con le sempre più limitate risorse a propria disposizione; proprio in queste settimane la Farnesina è alla ricerca di una grand strategy che sia un fattore determinante di promozione del sistema paese in Libia e nell’intera area e un valido trait d’union con l’Ue, ma il risultato è che in questo periodo di incertezza relativa alla stabilità della regione si è solamente cercato di instaurare legami solidi e di reciproca convenienza con gli attori emergenti, essenzialmente i partiti islamici moderati: in Libia, ad esempio, l’Italia ha mostrato interesse soprattutto a premere diplomaticamente per l’ampliamento dei poteri della UN Support Mission (Unsmil), una missione di institution building e protezione dei diritti umani, e, una volta ribaditi alcune fonti di approvvigionamento di idrocarburi e i recenti trattati sottoscritti, l’azione è rimasta molto limitata.
La comunità internazionale, sostanzialmente responsabile della caduta di Gheddafi e ora sostenitrice del liberale Jibril, sembra fuggire alle proprie responsabilità, memore dei recenti insegnamenti derivanti dallo scenario iracheno e afgano, ossia della necessità che il processo di state building resti essenzialmente in mano alla popolazione locale.
Così, nonostante il compiacimento della comunità internazionale stessa, le sfide cruciali che il Paese dovrà affrontare per garantirsi una vera transizione pacifica rimangono principalmente ancorate a quattro temi fondamentali: un serio processo di state building, la riconciliazione nazionale, il problema della sicurezza e del terrorismo, ed, infine, ma non di certo ultima per importanza, la ripresa economica, da leggersi soprattutto come redistribuzione dei profitti del petrolio e del gas.

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