Vivisezione Olocausto Animale

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Articolo a cura di Lucia Bellini

 

Ci sono persone al giorno d’oggi convinte che la vivisezione non esista più. Queste persone hanno delle immagini ben precise nella testa, quelle di rane sezionate da vive, di cani legati con cinghie ad un tavolo operatorio e poi aperti per vedere come sono fatti dentro. E’ vero, questo tipo di esperimenti non vengono effettuati al giorno d’oggi, a parte per le povere rane destinate ai laboratori didattici. Oggi la vivisezione è stata semplicemente chiamata con parole meno cruente come “sperimentazione animale” o addirittura con parole che ci spingono a pensare che sia solo un bene per l’umanità come “ricerca medica”, ma secondo tutti i dizionari la vivisezione è per estensione  “qualunque tipo di esperimento condotto su animali da laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l’esposizione a radiazioni, l’inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc.”. I numeri parlano chiaro: oltre 400.000.000 animali di ogni specie (cani, gatti, conigli, roditori, capre, cavalli, delfini, pappagalli, primati non umani) all’anno vengono mutilati, bruciati, indotti alla sofferenza nelle università, negli ospedali, nelle case chimico-farmaceutiche, negli enti spaziali e militari di tutto il mondo. Negli ultimi anni a scadenze fisse ci bombardano con maratone televisive in cui ci chiedono di donare altro denaro (come se quello delle nostre salatissime tasse non bastasse) in nome della ricerca. Ma purtroppo per noi chi ci permette di vedere queste trasmissioni non spiega mai che i nostri soldi non sono destinati alla vera e propria cura dei malati, ma a ricostruire artificialmente le malattie su specie non umane e quindi con caratteristiche diverse dalle nostre.

Di queste pratiche di morte si sa poco perché i vivisettori, che preferiscono essere chiamati ricercatori o scienziati, lavorano nei loro laboratori protetti dalle leggi e dall’assenza di controlli. Nella ricerca medica per legge devono essere testati i nuovi prodotti prima nelle cellule, poi negli animali e successivamente nell’uomo, tuttavia spesso lo stesso prodotto viene analizzato contemporaneamente sia nell’uomo che nell’animale. Proprio per queste incongruenze negli ultimi anni sta crescendo in maniera esponenziale il numero di medici antivivisezionisti che si dichiarano contrari a questi esperimenti inutili e obsoleti. Le loro ragioni non sono dettate necessariamente dall’amore e dal rispetto per gli animali, anzi nella stragrande maggioranza sono motivazioni prettamente scientifiche: non esiste specie che sia un modello valido per altre, ognuna ha un proprio DNA, una fisiologia, microbiologia e biochimica diversa dalle altre. La seconda ragione è collegata al fatto che ogni animale vive, prima di essere portato su un tavolo, in una condizione innaturale: i cani, i gatti, i conigli, i roditori destinati ai laboratori nascono e crescono in capannoni asettici, senza aria e luce naturale, ammassati in piccole gabbie come possiamo vedere dai rari documenti che riguardano le vicende di Green Hill; i primati, particolarmente usati negli esperimenti psicologici, sono strappati alla giungla per essere riposti in gabbie. Questo rende scontata la conclusione che gli stimoli esterni stabiliscano dati diversi se immessi in condizioni normali o in condizioni anomale e alterate. L’ultima causa è volta al modo in cui le malattie vengono indotte negli animali, ancora una volta in maniera innaturale: provocare volutamente una patologia e poi cercarne le possibili cure non sarà mai lo stesso che studiare e analizzare un paziente che ha vissuto concretamente quella stessa esperienza, un valido esempio per spiegare questo punto può essere l’impiego dei gatti nello studio dell’epilessia, nei felini lo stato epilettico viene indotto tramite continui elettroshock, un contesto molto diverso da come si presenta spontaneamente un attacco in un essere umano che soffre di questa malattia. Il 92% dei farmaci sperimentali considerati sicuri ed efficaci negli animali falliscono durante gli studi clinici sull’uomo.

E cosa dovremmo pensare quando sono gli stessi vivisettori a dichiarare: “Scegliamo l’animale sulla base della praticità, anche se non è detto che sia quello più adatto”? Dovremmo aprire gli occhi e guardare la realtà.  Non sono pochi i casi di errore nella vivisezione: durante i test di cancerogenesi per il tabacco con i topi è stato possibile verificare che non presentavano alcuna traccia di cellule cancerose, mentre sui nostri pacchetti di sigarette leggiamo a lettere cubitali che il fumo provoca il cancro. Il caso contrario è venuto alla luce durante i test di tossicologia embrionale per il cortisone che è risultato tossico per gli embrioni di ogni specie animale su cui è stato sperimentato, tranne che per l’uomo. La scienza che conta gioca con la nostra salute commercializzando farmaci provati su animali potendo così ottenere il risultato che più gli fa comodo. La sperimentazione animale può dimostrare tutto e il contrario di tutto, basta solo cambiare la specie su cui si sperimenta. Sarebbe sufficiente leggere i bugiardini dei farmaci per vedere che solo in caso di controindicazioni particolarmente gravi leggerete che sono testati su animali ma che non c’è nulla di cui preoccuparsi perché l’animale preso in considerazione ha un metabolismo completamente diverso da quello del genere umano. La deduzione è una sola: se la vivisezione è così indispensabile per salvarci la vita quel farmaco non dovrebbe essere commercializzato. E invece ce ne sono a migliaia a disposizione dei malati, in tutte le farmacie. 

I veri motivi per cui è realmente fondamentale sono ancora una volta solo ed esclusivamente dalla parte delle grandi case farmaceutiche, cosmetiche, belliche e chimiche e non solo come spesso si pensa, a favore delle industrie che forniscono loro gli strumenti e degli allevatori che invece procurano loro le vittime. Il discorso è molto più ampio: nel caso in cui una casa produttrice venisse denunciata, e ce ne sono state di denunce, potrà usare l’alibi legale di aver effettuato i test di dovere. Potrà dimostrare di essere innocente perché grazie alla vivisezione disporrà di numerosi e contrapposti dati su animali, gli basterà scegliere quelli più utili per difendersi. D’altronde queste non sono supposizioni dal momento in cui è stato proprio uno scienziato della farmaceutica Lederle ad ammettere che “le prove su animali si fanno per ragioni legali e non scientifiche”. Da non dimenticare sono anche le cospicue somme di denaro che lo Stato e le associazioni che ci tengono a farsi chiamare “di beneficienza” destinano ai laboratori. Inoltre, i ricercatori facendo sperimentazione avranno una carriera perché non c’è via più semplice di produrre pubblicazioni, mentre la cosa è diversa per chi, durante l’Università decide di fare obiezione di coscienza. La ricerca continua perché è appoggiata dai governi e dalle grandi industrie ed ha a suo favore la propaganda dei media che la vestono di compassione per i malati quando nella concretezza agiscono tutti insieme per rubare verità e rispetto alle loro vittime sia animali che umane.

Uscendo dagli ambiti legali e scientifici ed entrando dalla porta principale della sensibilità, non si può non tener conto delle atroci sofferenze che straziano per giorni, mesi, a volte anche anni questi poveri animali prima di arrivare ad una morte, a questo punto, liberatoria. Anestesia e analgesia sono troppo costose e richiederebbero più tempo quindi spesso i vivisettori per non essere disturbati durante i test, preferiscono tagliare le corde vocali alla cavia di turno per non sentire e soprattutto per non far sentire le sue urla di dolore. Ma ci sono ancora vivisettori che si presentano ben rasati ed incravattati in programmi tv, come è successo poco più di un mese fa, quando a Matrix su canale 5 è stata data voce al dott. Giuliano Grignaschi responsabile del benessere degli animali da vivisezione nell’Istituto di ricerca Mario Negri ed al dott. Massenzio Fornasier presidente della società dei veterinari che si occupano di vivisezione nei laboratori della SIVAL che dall’alto della loro scienza e dal basso delle loro coscienze, fra fischi e fin troppo semplici confutazioni, col sorriso stampato sulla faccia hanno avuto il coraggio di affermare che durante gli esperimenti di ricerca non si perde mai di vista il benessere degli animali e si cerca di fargli il meno male possibile, senza poi però saper quantificare a quanto tangibilmente corrisponda ciò che loro chiamano  “il meno male possibile”. Il meno male possibile corrisponde a smettere di attuare questa pratica dannosa per noi e per il vero benessere degli animali. I metodi alternativi ci sono, esistono e sono anche molto più economici ma  purtroppo hanno un difetto ben preciso: sono troppo sicuri e questo non va affatto bene per le multinazionali delle più svariate categorie che si vedrebbero non più commercializzabili farmaci, cosmetici, vernici, pesticidi e molto altro che invece ora permettono loro di fare una quantità di denaro spropositata sulla pelle di tutti i consumatori.

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