Washington Dreamin’ 2012

Articolo a cura di Davide Ciotola

 

La corsa verso la Casa Bianca non sembra più provocare quell’interesse generale che in passato ha suscitato nelle masse adoranti il miraggio di quella Democrazia in America di tocquevilleana memoria.
In realtà l’interesse dovrebbe in coscienza esserci, perché gli Stati Uniti ancor oggi rimangono il perno di quel sistema mondiale sviluppatosi nel periodo posteriore al secondo conflitto mondiale, con tutti i limiti emersi negli anni.
Nel recente passato l’elezione del primo presidente di colore degli Stati Uniti nel 2008 ha risvegliato orde di utopisti, idealisti e perbenisti pronti a contribuire in ogni modo a quella che doveva essere l’amministrazione della rivoluzione politica statunitense.
Oggi invece, ancora una volta, il cittadino americano si trova a scegliere fra due schieramenti fortemente stereotipati per le loro linee politiche e proposizioni.
Obama in realtà ha pagato lo scotto di tutti i politici che intendono la loro missione come una forte rottura nei confronti dell’estabilishment, in questo caso washingtoniano: promettere troppo, e si è reso conto duramente di questa sua responsabilità, tant’è che nelle elezioni di mid-term del 2010 si è visto punire dai cittadini che hanno fatto ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari ai repubblicani.
Se va riconosciuto il passaggio epocale dell’approvazione della cosiddetta Obamacare, la riforma sanitaria del 2010, va detto che dopo le suddette elezioni il presidente si è trovato impantanato in una situazione che ha fortemente frenato la sua azione rinnovatrice, già indubbiamente indebolita dalle defezioni di molti suoi collaboratori e dalla situazione di crisi finanziaria andata palesandosi in maniera drammatica in questi ultimi anni.
D’altra parte i repubblicani non hanno approfittato in maniera concreta della frenata riformista democratica, anzi proprio in occasione delle mid-term election il dato di maggior spessore da estrapolato è stato l’affermarsi dei rappresentanti del movimento Tea Party, che è andato ad erodere proprio quella parte repubblicana più disposta al dialogo (compromesso) sulle questioni economiche e sociali.
Ma anche questi rappresentanti, teoricamente scaturiti dal basso, si sono inseriti nella struttura partitica repubblicana, andando a ledere essi stessi quel tasso di novità che li aveva fatti emergere in poco tempo agli altari della politica statunitense.
Di questa campagna elettorale per le primarie repubblicane resterà un ben insignificante ricordo dunque, al contrario la battaglia che si annuncia per l’elezione presidenziale si annuncia importante, e non solo per gli obiettivi economico-sociali interni, ma soprattutto per il ruolo economico-strategico a livello mondiale che gli Stati Uniti sembrano interpretare oggi, per fortuna o purtroppo, piuttosto limitatamente.
Ora, la differenza nel paese più idealista e più materialista allo stesso tempo lo faranno sicuramente proprio questi due fattori caratteristici stessi, e un dato significativo da osservare è quello dei finanziamenti ricevuti nella scorsa campagna elettorale dai due candidati, che possiamo raffrontare con quelli ricevuti dai candidati ora in corsa per la poltrona presidenziale; ebbene la lettura di queste due semplici tabelle non stupisce.

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Questi dati, volendo tralasciare le controverse questioni sui finanziamenti stessi, dovrebbero spingere quantomeno ad una riflessione su quanto sia lontano dall’essere determinante quello che invece viene in questi giorni pubblicizzato dall’informazione di massa come il vero il fattore decisivo: quello di genere.
La politica di Obama nei confronti delle donne ha infatti radici ben profonde, che affondano in tempi anche anteriori alla sua prima campagna elettorale, e sicuramente una donna forte come la signora Michelle Obama è ad oggi un alleato quanto mai importante, ma questo è un solo un elemento all’interno del vero successo di Obama: la comunicazione, con una presentazione della figura del candidato, e poi del Presidente, come nessuno, né un Kennedy e neppure un Roosevelt per differenti motivi, era mai riuscito a gestire ai suoi livelli.

 

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Ancor oggi Obama, nonostante molte difficoltà, riscuote un apprezzamento tangibile da parte dell’intellighenzia colta come nelle giovani generazioni che, lasciate senza speranze come in molti altri stati nel mondo, continuano a vedere nell’afroamericano professore universitario la voce di una middle class sempre più in difficoltà, ma soprattutto una persona che nonostante sia l’uomo, in teoria, più potente del mondo, sia anche la rappresentazione di una istituzione con cui però è possibile quantomeno comunicare, anche direttamente (per quanto sottoponendosi ai filtri del caso), ed in cui incarnare quel riferimento che è la figura atavica del Presidente, figura in cui negli Stati Uniti in moltissimi credono ancora.
Romney , d’altra parte, rappresenta il più classico dei candidati repubblicani, e questo perché in un  momento di crisi vera come questo è proprio alla ricerca di sicurezza che si muove l’elettorato conservatore statunitense.
Le complesse e imponenti macchine delle rispettive campagne elettorali stanno solo scaldando il motore, sarà dunque interessante osservarne le dinamiche di sviluppo, e questo nonostante a molti attenti osservatori l’esito di questo percorso, che ci porterà fino al prossimo autunno, sembra già da ora dato per scontato.

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