Bielorussia-Unione Europea , storia di un amore mai nato

Immagine   articolo di Davide Ciotola

A seguito della caduta dell’Unione Sovietica la fiduciosa dottrina politica europeista ha illuso pochi che l’abbattimento della cortina di ferro avrebbe ispirato un periodo di pace in tutto il vecchio continente. La dimostrazione di quanto queste speranze fossero mal riposte si ebbe ad avere proprio in quelle zone confinanti o nell’immediata vicinanza rispetto al nuovo soggetto istituzionale europeo, il quale si proponeva di assurgere finalmente a vero protagonista della politica mondiale: i Balcani, il Caucaso e in generale le repubbliche sorte dalle ceneri dell’URSS furono, e sono in parte ancor oggi, destinatarie di dubbie politiche di integrazione europea.

Il successo della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) dell’Europa si è dimostrato fino ad oggi infatti quantomeno parziale in generale, e viepiù nei confronti delle repubbliche ex sovietiche dove ha poggiato su basi che sono andate privilegiando principalmente il mero interesse economico di annessione di nuovi mercati sotto le bandiere del rispetto dei diritti umani e della autodeterminazione dei popoli.
Per stessa dichiarazione dell’EEAS (European External Action Service), ovvero uno degli uffici dell’Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione che agisce in merito al programma denominato Eastern Partnership, riguardante dunque l’area esterna ai recenti ingressi ad est nell’UE, si sottolinea che: “What happens in the countries in Eastern Europe and the Southern Caucasus affects the European Union. Successive EU enlargements have brought these countries closer to the EU and their security, stability and prosperity increasingly impact on the EU’s. The potential these countries offer for diversifying the EU’s energy supplies is one example. All these countries, to varying degrees, are carrying out political, social and economic reforms, and have stated their wish to come closer to the EU. The conflict in Georgia in August 2008 confirmed how vulnerable they can be, and how the EU’s security begins outside our borders.(…)”
E’ qui manifestata in modo chiaro l’opinione europea per cui sia considerata una realtà de facto l’ implicazione tra il progresso economico e la sicurezza proposti dall’Unione, viste come sicure conseguenze dell’avvicinamento a questa istituzione rispetto a un’alternativa che, in effetti, non viene nemmeno contemplata, ma di sicuro non sembra aver nulla.
La Bielorussia non ha mai mostrato di credere troppo a questa prospettiva, perseguendo anzi una politica diametralmente opposta, impersonata nella controversa figura del suo presidente Lukashenko, al potere dal 1994, il quale ha caratterizzato la sua azione invece nel riavvicinamento alla Federazione Russa.
Direttamente derivante da questa visione alternativa è stata la fondazione della Comunità Russia-Bielorussia il 2 aprile 1996 (il nome è stato cambiato in Unione Russia-Bielorussia  il 2 aprile 1997 con la firma del “Trattato di unione tra Russia e Bielorussia”, in seguito poi “Trattato di creazione dell’unione statale di Russia e Bielorussia”, firmato l’8 dicembre 1999) con l’intenzione di creare una federazione sul modello dell’Unione Sovietica con presidente, parlamento, bandiera, stemma, inno, costituzione, esercito, cittadinanza e moneta comuni; il trattato è stato infine ratificato dalla Duma il 22 dicembre 1999 e dall’Assemblea Nazionale Bielorussa il 26 gennaio 2000, data in cui il Trattato e l’Unione sono ufficialmente entrati in vigore.
Questo orientamento è comprensibile nell’ottica di un governo che ha visto dunque nel suo partner principale, e potentissimo confinante geografico, l’unico sostegno attivo nell’immediato proprio in quei punti che nell’opinione europeista avrebbero dovuto far orientare le politiche del paese verso un’adesione all’integrazione europea.
Mosca ha difatti accelerato nel suo progetto di restaurazione di una nuova versione di Unione Sovietica portando i presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakistan a firmare l’accordo per la costituzione, entro il 2015, della cosiddetta Unione Eurasiatica , alla quale dovrebbero aderire anche Tagikistan e Kirghizistan.
Lo stesso Putin ha annunciato più volte che l’obiettivo centrale del suo terzo mandato presidenziale sarà la creazione dell’Unione Eurasiatica e subito dopo aver annunciato la sua ricandidatura presidenziale ha scelto proprio un ex quotidiano sovietico, l’Izvestiya, per spiegare il suo ambizioso progetto di “integrazione eurasiatica”.

Il primo passo del processo di unificazione è avvenuto già il 1° gennaio 2012, quando l’unione doganale nata due anni fa tra Russia, Bielorussia e Kazakistan è diventato un vero e proprio Spazio economico comune (Sec), al quale dovrebbero aderire anche Tagikistan e Kirghizistan e successivamente, almeno nelle intenzioni di Putin, Uzbekistan, Armenia, Moldova e Ucraina.

Con l’Unione eurasiatica Putin mira a rivitalizzare e anche a dare un valore economico all’alleanza militare post-sovietica dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), la cosiddetta “Nato dell’Est”, fondata nel 2002, che però non comprende la filo-occidentale Moldavia e l’Ucraina.

La sfida lanciata da Putin con il suo progetto eurasiatico si gioca dunque sul fronte est-europeo, e assume un valore strategico ora che il processo d’espansione a est dell’Unione Europea segna il passo.

Proprio pochi giorni prima dell’annuncio di Putin sull’Izvestiya infatti il summit  UE di Varsavia aveva clamorosamente fallito, complice la crisi economica europea, nel suo intento di rilanciare il “Partenariato orientale” del 2009 tra l’Unione Europea, Ucraina, Moldavia, Georgia, Bielorussia e Azerbaigian.

Se a questo si somma la svolta non-interventista dell’amministrazione Usa nel quadrante ex-sovietico, in cui le “rivoluzioni colorate” dell’era Bush sono state sostituite dalle “rivoluzioni arabe” dell’era Obama, alcuni stati ex sovietici rimasti fuori dai primi ingressi nell’Unione Europea trovano ora  interesse nel riportarsi sotto la protezione di un Cremlino che appare sicuramente più forte e sicuro di una vacillante, e burocraticamente ed economicamente impantanata, Europa.
In questo contesto la Bielorussia si è ritagliata un posto da protagonista nello scenario dell’est-europeo intorno a quello che è il vero nodo della questione: il passaggio dei rifornimenti di gas diretti in Europa sul territorio di Minsk, e quindi l’importanza di avere approvvigionamenti sicuri da parte di un alleato affidabile.
Di fronte ai molti investimenti in campo sociale e umanitario fatti dagli stati europei in Bielorussia, i quali peraltro hanno dato vita a anche degli incidenti diplomatici ancora vivi nelle memorie degli stessi italiani (controversia sul mantenimento degli affidamenti temporanei dei bambini disagiati, ndA)  poco o nulla dunque è stato fatto in quelli che venivano considerati settori strategici per la politica perseguita dal presidente Lukashenko, invero dunque parlandogli in una lingua che risulta da lui comprensibile, ma non condividibile.
Le continue condanne morali e politiche, unite agli embarghi parziali e alla sospensione dei visti ai personaggi al vertice dei governi da lui presieduti o a lui vicini (misura su cui la stessa Unione Europea si è vista tornare indietro), parallelamente e dunque in contrasto con la disponibilità al rilascio di visti da parte di paesi europei ai cittadini bielorussi, sono state tutte politiche interpretate dalla dirigenza della Bielorussia come segni di una volontà di ingerenza nel dominio riservato dei propri affari interni perpetrata da parte europea senza basi legittime, anzi con una deliberata applicazione del principio del divide et impera volta a sottolineare una sostenuta spaccatura in essere tra il presidente Lukashenko e il suo popolo.
Tutto questo viene dunque a determinare da parte bielorussa la possibilità di rinfacciare solo meri fini economicistici ad una Europa che non ha saputo ancora elaborare un percorso di integrazione conveniente e realistico quanto quello della controparte russa, decretando de facto un solco difficilmente sanabile allo stato attuale tra le diverse visioni delle rispettive politiche.
I recenti sviluppi nell’area geografica confinante con la Federazione Russa vanno dunque proprio nella direzione auspicata dal presidente Lukashenko e da Putin: il presidente dell’Ossezia del sud, Eduard Kokoiti, ha annunciato che, se Minsk è pronta a riconoscere la sua indipendenza, la regione separatista georgiana potrebbe annettersi alla Bielorussia (L’Ossezia del Sud è già stata riconosciuta da Mosca dopo le guerre lampo del 2008): l’Ossezia del Sud aveva proclamato la propria indipendenza nel 1991, ma il suo territorio è sempre stato riconosciuto alla Georgia. Nel 2008 Tbilisi aveva lanciato un’offensiva per riprendersi il territorio conteso e Mosca è scesa in campo in difesa della regione separatista, facendo vivere quei momenti di tensione con gli USA dal sapore di altri tempi.

Ma se la retorica di sovietica antioccidentale d’annata ha lasciato il tempo che trovava in questa questione, quella che ne è derivata è stata la conferma della convinzione di un Putin fermamente ancora favorevole alla fusione in un solo stato della Russia e della Bielorussia stesse, al quale verrebbe annessa anche l’Ossezia del Sud.

E tutto questo ancora porta a voler sottolineare come l’Europa perda in ogni occasione, costantemente, la possibilità di farsi sentire ad una voce sola, forte e determinata: incapace di reagire con fermezza ad avvenimenti ai propri confini, avendo puntato tutta la sua integrazione soprattutto su basi economiche, in una fase di recessione non sembra avere molto da offrire a paesi, anche magari strategicamente importanti come la Bielorussia, se non una serie di rischi e spese che alcuni di loro non vogliono, o non possono, correre o conoscere, ancora.

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