Intorno al letto di un moribondo

Articolo di Andrea Marchetti

Moriva, l’undici gennaio di tredici anni fa, l’ultimo dei menestrelli: Fabrizio De André.
Uno dei figli della Genova borghese, nato nel quartiere costiero di Pegli, che, inondato da stimoli di diversa provenienza e differenza estrazione socio-culturale, si interrogò, favorito da un contesto pressoché unico, su ciò che di più profondo si nasconde all’interno dell’animo umano. Il fatto di essere molto legato alla sua terra di origine, non gli impedì di rendere universale il suo messaggio, andando a toccare in maniera mai banale temi popolari, personaggi comuni, riuscendo sempre a scovare tutte le peculiarità del caso. Ma questo semplice articolo non vuole trasformarsi in un elogio vuoto o in un’esegesi fredda sulla vita di un uomo. Ha l’aspirazione di trasmettere almeno in minima parte, il significato ultimo della favola “faberiana”, facendo un paragone molto audace, che alcuni, forse la maggioranza, troveranno, probabilmente con “ragione”, assolutamente blasfemo. Faber come Cristo. Seguiti dalle masse entrambi, in un primo momento, in maniera quasi incondizionata, Faber scriveva ed eseguiva “tristi e meditabone” canzonette, come qualcuno le definì; il Secondo, per i suoi detrattori, non si allontanava molto da questo tipo di descrizione. Dopo questo periodo di seguito mediamente indifferente, si arrivò per entrambi, alle accuse più tremende e alle persecuzioni: Gesù Cristo venne additato come falsario e cialtrone, da chi fino a quel momento aveva tenuto le redini delle masse e dei culti precedenti alla venuta del Salvatore stesso. Fabrizio De André, dal canto suo, venne letteralmente demolito da coloro che si ritenevano come i più alti cerimonieri liturgici della rivoluzione. Non a caso, quando l’artista genovese, pubblicò “Storia di un impiegato”, il Movimento, quello con la “M” maiuscola, si scagliò con estrema forza e decisione nei confronti di un pover’uomo che non faceva altro che rendere umana una situazione e un processo rivoluzionario eccessivamente massificante ed impersonale. Il punto clou di questo estremo parallelismo arriva con l’ultimo atto prima della resurrezione: la crocefissione, la morte. Gesù Cristo venne ucciso da una maggioranza, questo non va dimenticato, ma sottolineato a dovere. Il popolo, tra il ladrone Barabba e il figlio di un povero falegname, decise di salvare la vita all’assassino e di condannare chi cercò di spiegare alle genti il significato dell’esistenza, tramite la parola di Dio e grazie all’ausilio di ciò che di più straordinario si trova sulla nostra Terra. Nel caso di De André la situazione è dissimile, ma non in maniera significativa. Dopo essere stato denigrato dagli ambienti della rivoluzione più dura e automaticamente scaricato dall’antagonismo che a quel tempo dirigeva buona parte dell’ambito culturale italiano, venne fatto spiare dai servizi segreti di stato, per presunti rapporti con membri delle Brigate Rosse. Inoltre, nell’ultimo periodo, venne ferocemente attaccato per delle dichiarazioni sulla criminalità organizzata che, secondo lui: “se non ci fosse, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta”. Una provocazione, come per sua ammissione, ma che, in quanto tale, non venne mai, giustamente, smentita. Questo distacco dal mondo civile e dal pubblico nella sua totalità, si denota molto bene nell’ultimo album dell’artista genovese: “Anime Salve”. Faber crea un suo personale paradiso, forgiato anche grazie agli studi che portò avanti ai tempi della composizione dell’album “La buona novella”. Qui, nella canzone “A forza di essere vento”, si elogiano popoli come quello Khorakhané, tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina, lontani dal modus vivendi della massa occidentale; ma anche persone che hanno cambiato profondamente la loro esistenza e il loro modo di vivere con decisioni repentine o sconvolgenti, come nel caso di “Princesa” o di “A cumbà”; oppure i solitari, coloro che hanno dedicato la loro vita alla libertà e per questo sono stati emarginati dalla maggioranza. Ed è proprio sulla maggioranza che De André si concentra nell’ultimo brano dell’album: “Smisurata preghiera” Si chiede un riscatto, smisurato, appunto, per gli ultimi, i vessati, gli umiliati dai più. Lo stesso artista dice: “L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione… un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze. Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi… dire “Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.” Per quanto De André si senta vicino ad un’entità superiore, con questa smisurata preghiera, non si sente in diritto di giudicare i suoi pari e nemmeno di redimerli. Non si mette su un piano diverso da quello umano. Infatti, anche se lui parla di personaggi che fanno scelte ambigue o perseverano in condotte deviate, lui non li innalza ad esempio contro la maggioranza, come invece, attualmente, intellettuali più o meno affermati fanno. Faber sostiene il diritto che queste persone hanno di esistere e parla di loro per affinità, e non per le mancanze che hanno, altrimenti, lui stesso, sarebbe stato un discriminatore. Arriviamo alla fine di questa sequela di analisi, concludendo con la parte più felice, ma anche più ipocrita e sotto certi punti di vista meschina. La Risurrezione. Dopo la morte, tutti, anche chi, in precedenza sputava e ingiuriava il nome del Messia, si ricredettero, riconoscendolo davvero come figlio di Dio. Ma quanti lo fecero con sincerità e quanti per paura del buio totale e del catastrofico terremoto verificatosi proprio dopo la morte di Cristo? Anche nel caso di Fabrizio De André, chi prima della sua morte lo ignorava o lo definiva un triste e lagnoso cantante, oggi lo innalza a genio assoluto. La maggioranza degli individui lo cirquiscono anche come estremo esempio di capacità artistica. Ma in quanti lo fanno per cognizione di causa e con lucidità, e in quanti, invece, sostengono tale tesi precostituita, per paura del giudizio che la maggioranza può avere su di loro?

 
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