Futurismi a confronto

Nonostante i riflettori si siano spostati – deo gratias – su situazioni di più recente e rilevante importanza, in terra italica gli accostamenti futuristi al neo partito finiano non stentano a fermarsi. Queste poche righe cercano di confutare tutte quelle analogie sostenute dai media attraverso l’accostamento tra protagonisti e idee dei due movimenti. Gianfranco Fini, in seguito a contrasti politico-ideologici con il premier Berlusconi, fonda lo scorso 13 febbraio Futuro e Libertà per l’Italia; la nuova “destra europea e legalitaria” si scontra con il governo e ne critica l’operato divenendo in toto un partito d’opposizione, eccezion fatta proprio per il suo leader, ancora saldamente ancorato alla poltrona più alta di Montecitorio. Fin qui, unica nota stonata risulta quella del trono parlamentare, per il resto tutto nella norma. Accade poi, forse per l’appoggio di associazioni quale Fare Futuro e Nazione Futura o siti web legati al progetto come Il Futurista; forse semplicemente per la parola futuro nel nome del partito; forse per il gesto rivoluzionario (sic!) di rottura con il Cavaliere, l’inizio di associazioni con l’avanguardia Futurista tanto ridicole quanto incomprensibili, anche da parte di firme illustri del giornalismo italiano e rispettive testate (dal Sole 24 Ore al Corriere della Sera, alla Stampa, al Riformista e molti altri). Ora, basta maneggiare un qualsiasi manuale scolastico – nonostante alcuni fatti storici siano condannati, per chiare scelte ministeriali, ad un’incomprensibile damnatio memoriae didattica – per capire che Fare Futuro non ha niente a che vedere con una nuova rivista futurista e che Gianfranco Fini non incarna un novello Marinetti, affiancato da una presunta élite di intellettuali (come potrebbe apparire Filippo Rossi, direttore de Il Futurista). Per coloro i quali, invece, avessero approfondito l’avanguardia delle avanguardie che vide la luce nel febbraio del 1909 e la straordinaria figura di Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo, risulta semplice comprendere l’eresia che si compie ogni qualvolta si associano i due movimenti. Tralasciando le differenze che caratterizzano i manifesti, evidentemente diversi per questioni politico-temporali, si possono analizzare le figure dei protagonisti. Fini è un passatista, lo è sempre stato, conservatore tutt’altro che liberale ed avverso alla modernizzazione (o post modernizzazione, in termini aggiornati) dell’Italia del duemila. Il futurismo proposto da Marinetti – alla faccia delle analogie! – nasce proprio dall’esigenza di rinnovamento perpetuata nell’ambito della crescita culturale italiana, con l’obiettivo di restituire al paese il rango di grande nazione nel cuore della modernità. Un’ulteriore distinzione si riscontra nel personale rapporto con l’analisi storica e la condotta tenuta da ciascuno nel giudizio della stessa, insormontabile tallone d’Achille per Fini che nel tempo ha ritrattato e più volte capovolto le sue certezze, evidentemente mai state tali. E’ proprio in questi termini che si presenta il primo binomio (tutt’altro che affine) con Marinetti: a Fiuggi, quando – finalmente chiarito dagli storici il diverbio fascismo-futurismo e rivalutati addirittura certi intellettuali del ventennio (tutto grazie ad opere di ricerca e revisione storica come quelle di De Felice e Gentile) – il Fini di Alleanza Nazionale, evidentemente non a conoscenza delle ultime ricerche, allontana la sua destra da certi stereotipi condannati dalla storiografia moderna, futurismo compreso. Momento, questo, destinato a segnare l’alba di una forte ambiguità, mossa da ipocrisie istituzionali, che caratterizzerà condotte, pensieri e parole del vecchio missino, sempre pronto nell’eventualità a bruschi cambi di rotta. Massimo esempio di tale attitudine è la strana dinamica di demonizzazione del ventennio fascista: a distanza di quindici anni dalla famosa intervista che destinava a Benito Mussolini il riconoscimento di più grande statista del secolo, l’ormai democratico Fini, prima etichetta il periodo storico come “male assoluto” e poi, non contento, durante una visita alle Fosse Ardeatine elogia con convinzione la resistenza capace di “riportare la libertà in Italia, un valore che il fascismo aveva oscurato per vent’anni”. Regola più che eccezione l’inguaribile poca coerenza di Fini, come rivelano altre circostanze che si sono succedute in ambiti diversi: da difensore dei valori cattolici a sostenitore del biotestamento e della pillola Ru486 (steroide sintetico utilizzato come farmaco per l’aborto chimico); dalla negazione agli omosessuali della possibilità di insegnare nelle scuole e di venir equiparati con le famiglie eterosessuali, alla dichiarazione in favore di un intervento legislativo per garantire uguali diritti alle coppie di fatto, anche omosessuali; fino al problema immigrazione, sulla quale il Presidente della Camera si dibatte: “dobbiamo necessariamente tener conto non solo del dovere di solidarietà ma anche del fatto che sempre più in futuro la nostra sarà una società multietnica e diversa da quella che abbiamo alle spalle”, sposando antiche sinistre vedute. La risposta a coloro che, mossi da comprensibili dubbi, aspettano chiarimenti e spiegazioni? Beh, rimanere dello stesso parere nell’arco degli anni – spiega basito Fini – è cosa da schizofrenici. Una giustificazione senza eguali nella storia, da cui si evince unicamente che, ai tempi d’oggi, la schizofrenia è sinonimo di coerenza. Affetti da schizofrenia, senza dubbio, sarebbero stati i futuristi – quelli veri – mossi da una visione ideale e mitica dell’Italia che li ha accompagnati sin dall’infanzia e che resta sempre viva nel loro spirito, pronti alla lotta politica senza compromessi e dietrologie, schivi verso i tatticismi insiti alla politica corrotta. Nell’attesa del gesto distruttore dei libertari del duemila, ci permettiamo di rievocare un episodio glorioso, intriso di rivoluzione: nel luglio del 1919 Marinetti è a Roma ed ha con sé due biglietti d’ingresso per Montecitorio, che descrive come “pollaio rumoroso […] assolutamente incapace di agitare le grandi idee generali, di concepire gli urti e le fusioni delle razze, né il volo fiammeggiante dell’ideale sull’individuo e sui popoli”. All’interno del quale osserva “facce d’intensificata cretineria. Bocche di scogli che aspettano gli sputi del mare popolare. Tremolio accelerato di pance che temono le bombe. Poltrone a ventosa”. Non è andato lì per assistere e tacere, rompe l’atmosfera gridando ad altissima voce: “Vergognatevi. La gioventù italiana, per bocca mia, vi urla: Fate schifo! Fate schifo!”. Caro presidente della Camera, un tale gesto risulterebbe avventato anche per un amletico come lei, quindi, dovesse mai prendere in considerazione l’idea, ci risparmi l’ennesima farsa.

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