Ciao Vittorio

Spesso le ONG (acronimo di Organizzazioni Non Governative) vengono, con cognizione di causa, additate di essere al soldo dei governi, divenendo così parte del sistema e del potere che ha interesse ad alimentare un’industria dell’emergenza. Nell’era in cui la finanza e la moneta esercitano il proprio dominio su tutte le attività dello scibile umano, anche il volontariato finisce per essere fonte di loschi affari per gli imprenditori della solidarietà. Nel contempo molti ragazzi e ragazze partecipano a missioni umanitarie con pieno spirito solidale e con la voglia nel cuore di portare reale beneficio a popolazioni bisognose. Vittorio Arrigoni rappresenta l’esempio lampante di come la natura umana possa contrapporre alla volontà edonistica più estrema, la possibilità di sacrificare la propria vita pur di adempiere quella che potremmo definire la propria missione. Vittorio era membro dell’ International Solidarity Movement quando nel 2002 una missione in medioriente gli fece capire quale sarebbe stato il suo destino, ovvero quello di donarsi interamente alla causa di un popolo martoriato dalla cupidigia di illegittimi “vicini di casa”. Come tutti sappiamo questo ragazzo di 36 anni ci ha lasciati il 15 aprile scorso dopo essere stato rapito e ucciso dagli ormai celebri Salafiti, gruppo sulle cui origini aleggia scarsa chiarezza. In Palestina, ma probabilmente più in generale in tutto il mondo musulmano, se esiste un affidabile e sempre efficiente alleato dei nemici della causa dei popoli arabi, questo è senza ombra di dubbio quel circuito di gruppi e gruppuscoli (spesso semi-sconosciuti, come è nel caso di questi rozzi assassini che hanno ammazzato, non è chiarissimo neanche il motivo ufficiale, il povero Arrigoni) di matrice fondamentalista islamica. Questi nemici della causa palestinese, consapevoli o inconsapevoli di esserlo, sono più efficaci del fosforo bianco e dell’impunità di cui Israele gode in sede Onu, perché, grazie alle loro bravate, concedono il fianco dell’intero Medio Oriente alle calunnie che i giornali hanno buon gioco a gettare, favorendo così Israele e veicolando nell’opinione pubblica un’immagine distorta di quanto avviene in quei luoghi. Le ragioni dell’uccisione non sono quindi note ma sappiamo tutti come agì in vita questo giovane volontario già da anni inviso allo stato  d’Israele, tanto che dal 2004 l’aveva scritturato nella “lista nera”, ossia dei non graditi dallo stato ebraico. Nel 2005, volendo transitare dalla Giordania per tale paese al fine raggiungere Gaza, fu arrestato e, dopo aver ricevuto “chiare delucidazioni” sui motivi della sua forzata espulsione (ferito fu medicato solo una volta rispedito in Giordania), venne invitato a non farsi più vedere. Ma questo non intaccò minimamente l’immensa dignità di Vittorio, che non solo tornò in quel di Gaza ma intensificò i suoi sforzi fino a quando, nel 2008, decise di iniziare a combattere intensamente su due fronti: quello a difesa attiva dei diseredati e quello non meno importante dell’informazione. Pagherà ben presto questo suo impegno, infatti quando si imbarcherà con dei pescatori di Gaza con lo scopo di contrastare la grave ingerenza israeliana perpetrata a discapito dei pescherecci palestinesi in acque arabe, deciderà di mettersi in prima linea e subire le bordate sparate con cannoni ad acqua dalle navi da guerra israeliane, motivo per cui sarà arrestato e, a quanto riferito dal padre dello stesso, torturato con scariche elettriche ad alto voltaggio. Tutto rafforza il prode Vittorio che resta a Gaza e continua col suo “giornalismo partecipativo” a illuminare i cuori dei molti palestinesi entrati in contatto con lui. Nello stesso anno la guerra o meglio l’attacco unilaterale su civili inermi denominato “piombo fuso” viene vissuta da Vittorio in prima persona anche contro la volontà dei massacratori poco inclini a mostrare il proprio modo d’agire, così diviene l’unico giornalista occidentale a documentarci su quanto stia accadendo. Come tutte le persone che si elevano oltre la mediocrità, anche Vittorio ha dato prova in varie occasioni della propria libertà mentale: quando l’idolatrato Roberto Saviano, il sacerdote laico sempre pronto a spiegarci dinamiche e gerarchie della camorra, in prima linea nella divulgazione dell’ovvio e nella retorica stucchevole del politicamente corretto partecipò a un convegno organizzato a Roma dai coloni israeliani (“Per la verità, per Israele” tenutosi il 7 ottobre 2010), Vittorio intervenne per mettere i puntini sulle i alle nefandezze esplicitate con saccenza da uno dei savi del nostro gramo tempo, arrivando a sbattergli in faccia una ineluttabile verità dopo che esso aveva apologizzato lo stato d’Israele elevandolo a paese della cuccagna e della tolleranza. Vittorio sollevò il laconico dubbio su quali differenze vi fossero tra la brutalità della malavita nostrana giunta a sciogliere un bambino nell’acido e uno stato responsabile dell’uccisione tramite fosforo bianco (sciogliendo quindi nel fuoco) di circa 400 piccoli palestinesi. Naturalmente Sua Maestà Roberto “il savio” non ritenne opportuno offrire risposta. Questo giovane combattente non ha voluto concedere la tregua ai propri nemici neanche da defunto, tanto che si preoccupò di lasciar intendere alla mamma che neanche da morto sarebbe voluto passare su quel territorio simbolo di odio e perfidia, quella porzione di suolo da cui tanti caccia carichi di morte e terrore partirono subito dopo il santo Natale del 2008. I suoi funerali con grande fermezza si sono tenuti a Rafah da dove poi le spoglie sono transitate per essere rimpatriate. Proprio quel valico di Rafah chiuso nel 2007 perché il popolo palestinese di Gaza fosse obbligato a far transitare, solo previo permesso dei propri aguzzini, esseri umani o beni di prima necessità, creando così una gigantesca prigione a cielo aperto. Così, per la prima volta da quattro anni a questa parte, è stato aperto un piccolo tunnel in questo luogo di detenzione che risponde al nome geografico di “striscia di Gaza” che in realtà altro non è che una porzione della Palestina. Vik (come era conosciuto lì) sarà felice di sapere che quell’apertura simbolica ha preceduto di qualche giorno l’apertura da parte dell’Egitto del valico, con l’attuale ministro degli esteri egiziano Nabil al-Arabi che ha definito vergognosa la chiusura del 2007 scorso.

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