Strage di Acca Larentia tra storia e commemorazione

(ASI) La data del 7 gennaio assume sempre un significato particolare, almeno per quanti si radunano ritualmente in Via Acca Larentia, piccolo anfratto tra i palazzi nel quartiere Tuscolano, a Roma. Un clima mesto sembra infittirsi intorno al piazzale antistante alla storica sezione del MSI ogni volta che il calendario presenta questa data, calando su di una piccola parte d’Italia le grigie tinte che contraddistinsero gli anni di piombo.

Il 7 gennaio del 1978, durante una gelida serata, un gruppo sparuto di militanti sta uscendo dai locali di questa sede del Movimento Sociale, quando dall’oscurità appaiono cinque o sei uomini armati avanzanti verso di loro. Neanche il tempo di realizzare, che il piombo di una mitragliatrice Skorpion (arma resa celebre dalle BR, ma che farà in questa occasione la sua prima comparsa nella storia del terrorismo italiano) inizia a far fuoco in direzione dei giovani missini. La prima vittima di questa improvvisa spirale di fuoco è il diciannovenne Franco Bigonzetti che, colpito mortalmente alla testa, si accascia dinnanzi la porta della sede. Alcuni militanti, tra i quali uno ferito ad un braccio, riescono a rientrare nel locale e a chiudersi dentro, scampando ad un’esecuzione certa. Chi non riesce ad evitare l’appuntamento estremo è Francesco Ciavatta (18 anni), rimasto fuori dal portone insieme all’amico Franco Bigonzetti. Francesco tenta una disperata fuga lungo una rampa di scale nel cortile esterno ma una raffica di proiettili lo raggiunge nella schiena. Non muore immediatamente, bensì riesce a raggiungere con fatica la cima della rampa, finché non cade esausto rantolando per qualche minuto prima di spirare. Il commando assassino si dilegua sparendo per sempre, non prima d’aver sbraitato volgari improperi all’indirizzo delle loro vittime. Al via vai di polizia, carabinieri, ambulanze e giornalisti che si fa frenetico fin subito dopo la strage, fa fronte un accorrere continuo di decine e decine di giovani di destra che, ricevuta la notizia, decidono di radunarsi nel cortile della disgraziata sezione. L’aria è tesa e la rabbia travolgente, sebbene la folla di missini rimanga impietrita dal dolore in un’atmosfera di caos calmo. L’apparente tranquillità si trasforma in rivolta quando un giornalista getta un mozzicone di sigaretta – si presume distrattamente – proprio sulla chiazza di sangue di una delle due vittime. Il gesto è interpretato come un atto di disprezzo e genera la reazione dei militanti. Prima si avventano sul colpevole di tale affronto scaraventandolo a terra e distruggendo la sua cinepresa, poi iniziano dei violenti tafferugli con le forze dell’ordine. La follia di un carabiniere aggiunge alla tragedia un altro lutto: al tentativo vano, a causa di un inceppamento della pistola, di sparare in aria dei colpi per far desistere gli scontri, fa seguire una raffica di proiettili verso i militanti sparata dalla pistola di un collega a cui l’aveva appena tolta vista la cilecca della propria. Stefano Recchioni, altro diciannovenne, stramazza al suolo e muore in ospedale due giorni dopo esser stato vittima dei colpi sconsiderati sparati dal funzionario. E’ la terza vittima di questa dolente serata invernale, in cui un’insaziabile sete di sangue sembra essersi impadronita di alcune coscienze guidandole verso una cinica e dissennata caccia al fascista.

L’amaro ricordo di quanto avvenne non è oggi certo assopito, a trentatré anni di distanza, a causa di una verità e di una giustizia rimaste latitanti. E’ un sapore amaro quello che si percepisce nell’aria di Via Acca Larentia ad ogni 7 gennaio, laddove diverse generazioni di una comunità umana, che si riconosce nelle idee per cui Franco, Francesco e Stefano persero la vita, si radunano annualmente per commemorare tutti i suoi caduti, scegliendo la data e il luogo simboli di uno stillicidio di morte che ha mietuto tante vittime tra le file dei loro camerati in quegli anni feroci. I più anziani rivivono con la mente quella serata intensa che rimane incisa sulla loro pelle, i più giovani si proiettano idealmente in un periodo storico che per ragioni anagrafiche non hanno potuto vivere ma del cui messaggio di radicalità hanno scelto di farsi interpreti. Tante persone provenienti da esperienze umane e politiche variegate ma unite dalla condivisione di un comune patrimonio culturale si sono ritrovate anche quest’anno per dedicare ai propri caduti il solenne “presente”. Un suono forte esce dalle casse di uno stereo poste appena fuori la porta della sezione. Le note sono quelle della canzone “Generazione ’78”, il cui testo è diventato l’emblema degli anni di piombo vissuti “da destra”. L’imponente silenzio dà la misura del raccoglimento che simili note possono provocare in ciascuno dei presenti. Poi, terminata la canzone, una voce chiama all’attenti e dopodiché inizia a citare un lungo elenco funebre, quello dei militanti rimasti uccisi. Terminato l’elenco, sempre la stessa voce chiama per tre volte un “camerati caduti!”, a cui sempre risponde una possente voce in coro: “Presente!”. L’urlo squarcia il silenzio e riecheggia tra le strade del quartiere, le braccia destre sono tese al cielo quasi a voler raggiungere i propri caduti, come a volerne raccogliere il testimone. Nella mattinata vi era stato anche l’omaggio istituzionale: una corona di fiori deposta dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Alla cerimonia ha partecipato anche l’assessore ai Lavori Pubblici del comune di Roma Fabrizio Ghera, in rappresentanza del sindaco Alemanno, impossibilitato dagli impegni ad esserci di persona. Lo stesso sindaco promise due anni fa l’intitolazione di una via ai “martiri di Via Acca Larentia”. Promessa che evidentemente è rimasta fin’ora chiusa in una busta della scrivania del sindaco.

di Federico Cenci, http://www.agenziastampaitalia.it

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