Solstitium

Articolo di Matteo Caponetti dell’Associazione Culturale Zenit

Ogni anno il 21 dicembre le antiche stirpi indoeuropee festeggiavano, ognuna seguendo le proprie particolari tradizioni, il solstizio d’inverno, simbolo di morte e resurrezione. Questa ricorrenza annuale ha da sempre avuto una grandissima importanza per i nostri antenati perché rappresenta la fine e l’inizio di un nuovo ciclo in cui il Sole impersonifica la forza invitta, cioè la forza che vince l’oscurità. Infatti durante questo periodo dell’anno il Sole dà l’impressione di morire gettando l’umanità nelle tenebre per poi invece rinascere e così facendo donando agli uomini energie rigeneranti. J. Evola nel libro Simboli della Tradizione occidentale descrive il momento con queste parole:

“Il solstizio d’inverno costituì una specie di punto critico, vissuto secondo una particolare drammaticità nel periodo in cui le stirpi arie originarie ancora non avevano lasciato regioni, nelle quali era sopravvenuto il clima artico e l’incubo di una lunga notte. In tali condizioni, il punto del solstizio d’inverno apparve come quello in cui la luce della vita sembrava estinguersi, tramontare, sprofondarsi nella terra desolata e gelata o nelle acque o fra le cupe selve, da cui però ecco che subito di nuovo si rialza a risplendere di nuovo chiarore. Qui sorge una vita nuova, si pone un nuovo inizio, si apre un nuovo ciclo: la luce della vita si riaccende. Sorge o nasce dalle acque l’eroe solare. Di là dall’oscurità e dal gelo vien vissuta una liberazione”. Questo magico evento solstiziale mi dà lo spunto per fare una riflessione sull’importanza che la spiritualità e il senso del sacro hanno nelle nostre vite terrene. Infatti ciò che io, da ragazzo figlio di questi tempi caotici, contesto a questo mondo è la mancanza di riconoscere l’esistenza del mistero, ossia quel fatto che stimola nell’uomo il pensiero e lo fa agitare obbligandolo ad interrogarsi sul significato dell’ignoto. L’ignoto e il mistero fanno tremare le certezze razionali dell’uomo, lo pongono nudo dinanzi alle verità della sua piccolezza, perché esso è tale. L’uomo è infinitamente piccolo dinanzi alla maestosità del sovrannaturale, e se si comprende ciò si può vivere questa inferiorità con un’angosciante serenità perché in essa percepiamo la manifestazione della bellezza della natura e dell’uomo stesso. Per intenderci, essa è la stessa sensazione che si può avere quando ci troviamo dinanzi alla maestosità di una montagna, all’infinità di un cielo o alla vastità del mare; l’uomo, che accetta il mistero, percepisce nei confronti del divino la sua imperfezione. Ci sentiamo spaventosamente piccoli e non possiamo nemmeno immaginare come il divino, nella sua meravigliosa perfezione sacrale possa essere accessibile all’uomo e come possa esso mai raggiungerlo. Questo fa tremare il nostro animo, lo tormenta, fa rimbombare terribilmente in noi stessi le paure, i dubbi e i dolori. Quando manca tutto ciò manca lo stimolo a comprendere il dovere di vivere la vita e di capire che anima e corpo, interiorità ed esteriorità devono essere concepiti in maniera armonica, senza staccare l’uno dall’altro o meglio, senza colpevolizzare l’uno e assolvere l’altro. Noi non possiamo pensare di poter cambiare il nostro destino per raggiungere l’immortalità, essa non appartiene a noi piccoli uomini, noi viviamo nel tempo ed esso scandisce il ritmo delle nostre ansie e delle nostre gioie ricordandoci costantemente, come il ticchettio di una lancetta, lo stato d’incertezza in cui riversa la vita terrena a cui piace nasconderci la profondità del suo significato che incomprensibilmente rimarrà oscura fino alla nostra morte. La verità sta nella consapevolezza di vivere fino in fondo con coscienza questo abisso, questo vuoto di conoscenza che, inevitabilmente come un atroce destino, per noi uomini della Tradizione, è fonte di dolore, di contentezza ma soprattutto di soddisfazione in quanto, diversamente dall’uomo moderno, siamo esseri capaci di ascoltare il nostro spirito.

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