Dal Sinodo dei Vescovi un richiamo per la giustizia in Medio Oriente

C’è un unico comune denominatore che coinvolge la classe politica occidentale nella sua interezza, si tratta di quell’odioso e codardo servilismo nei confronti di Israele, che si manifesta attraverso il silenzio circa le arbitrarie e dispotiche politiche sioniste che agiscono a discapito della popolazione palestinese (la stessa classe politica che non perde occasione per atteggiarsi a paladina dei diritti umani, a patto che la propria indignazione non urti la suscettibilità di lobby potenti).
Per ritrovare quel coraggio che è proprio di uomini sinceramente protesi verso il fine della pace, è necessario spostare le nostre attenzioni lontano dal guado torbido della politica istituzionale e rivolgerle altrove, nella fattispecie al sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente conclusosi l’altro ieri. Tra l’indolenza dialettica dominante e strumentale alle politiche sioniste, razzistiche e di prevaricazione, la decisa e limpida presa di posizione dei Vescovi si staglia come un tuono, provocando l’irritazione isterica di chi, evidentemente, non è affatto abituato a confrontarsi con quanti decidono, coraggiosamente, di affrontare il delicato tema della questione mediorientale mettendo a nudo la realtà dei fatti, senza stagnanti e reverenziali preconcetti pro-sionisti dovuti al timore di vedersi affibbiata la riprorevole quanto inappropriata etichetta di anti-semiti.
  

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 23 ott – ”Non ci si puo’ basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi”, lo ha detto l’arcivescovo greco-melkita di Newton, negli Stati Uniti, mons. Cyrille Salim Boustros, durante la conferenza stampa conclusiva del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente. Chiamato a spiegare il senso del passaggio del messaggio finale del Sinodo, che afferma che non e’ ”permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie”, l’arcivescovo ha ribadito: ”Non e’ permesso ricorrere a delle posizioni bibliche e teologiche per farne uno strumento per giustificare l’ingiustizia”.

”Vogliamo dire – ha aggiunto – che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, come cristiani diciamo che questa promessa e’ stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Per noi cristiani, non possiamo piu’ parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. E’ il regno della pace, dell’amore, della giustizia, dell’eguaglianza di tutti i figli di Dio. Non ci sono piu’ popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”.

”Questo – ha sottolieneato ancora il presule greco-melkita statunitense – e’ chiaro per noi, non ci si puo’ basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi. Si sono portati 4-5 milioni di ebrei e si sono cacciati 3-4 milioni di palestinesi dalle loro terre in cui avevano vissuto per 1400-1600 anni. In conseguenza, quel che vogliamo dire e’ una questione politica: non bisogna basarsi sulla Sacra Scrittura per giustificare l’occupazione da parte di Israele della terra palestinese”.

 

Città del Vaticano, 23 ott. (Apcom) – "Abbiamo avuto coscienza – scrivono i padri sinodali nel loro messaggio conclusivo – dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli Israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati delle iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli".

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