Er caroccio zoppo

I recenti sfaldamenti ai vertici del PDL hanno stimolato ampie discussioni politiche e previsioni sulle conseguenze che questo può comportare. Tutti gli opinionisti convergono nell’individuare, quale principale effetto dell’indebolimento del PDL, un rafforzamento del ruolo della Lega, divenuta, mutatis mutandis, componente determinante nel mantenere salda la coalizione di governo. Questo nuovo scenario ha investito gli eccentrici deputati leghisti di una notevole e rinnovata importanza, tale da consentir loro di esibirsi con sempre maggior baldanza negli esercizi a cui sono più legati: la demagogia ed il folclore becero. Le attenzioni dell’opinione pubblica si sono dapprima soffermate sugli strali tanto parolai ed un poco volgari di Bossi e sulle sparate (sì, ma a salve..!) del simpatico Borghezio e di qualche altro noto esponente padano, ma è scendendo nei bassifondi del partito (quelli in cui il celodurismo padano trova la sua maggior linfa, cioè nei luoghi del settentrione dove l’egemonia leghista si misura con la netta prevalenza delle tinte verdi nelle istituzioni locali) che si sono avuti i più originali spunti di sterili disquisizioni all’italiana, utili solo a distogliere le attenzioni dai problemi concreti. A settembre, in concomitanza con la riapertura della stagione scolastica, ha fatto molto parlar di sé la scelta quantomai bizzarra di un sindaco leghista di un piccolo centro del Nord Italia, fino a ieri sconosciuto a quanti non abitassero nel raggio di qualche chilometro dal luogo in cui lo stesso si trova, ed oggi improvvisamente balzato agli onori (sic!) delle cronache nazionali. Nel tentativo forse di voler trasformare la scuola pubblica del paese in un laboratorio di indottrinamento politico rivolto all’infanzia, questo creativo sindaco ha innanzitutto intitolato la stessa all’ideologo del suo partito, Gianfranco Miglio. Intitolazione illegittima in quanto, come stabilito dalla legge 1881, debbono esser passati dieci anni dalla morte per poter intitolare ad una persona alcun ricordo permanente e, visto che Miglio morì nove anni fa, l’intitolazione si pone al di fuori da quanto previsto dal codice. Ma non è stato questo a suscitare scalpore, quanto l’aver tappezzato la scuola con il Sole delle Alpi, antico simbolo indoeuropeo di cui la Lega si è appropriata. Questa iconografia ha suscitato un can-can mediatico senza pari, tale da indurre molti a interrogarsi sul significato di questo simbolo e, di richiamo, sulla demagogia tutta leghista della riscoperta delle radici e del senso d’appartenenza ancestrale dei popoli del Nord Italia (per i quali i leghisti hanno coniato il termine “padani”). Una tale iniziativa – culturale prima che politica – di reminiscenza identitaria verrebbe senz’altro salutata da noi con acceso entusiasmo. Verrebbe, appunto. Poiché i propositi leghisti non trovano certo coerenza al di là del semplice populismo, buono giusto per accendere gli animi di qualche arlecchino monocromatico in verde che vediamo esibirsi annualmente a Pontida, sede della festa della Lega Nord. La realtà che si cela dietro al becero folclore parla di un partito adagiatosi con disinvoltura nel contesto politico odierno, ove a dominare è l’alta finanza, la quale influisce sulle scelte politiche che vertono a discapito delle tradizioni di quelle realtà locali di cui la Lega si fa abusivamente portavoce. Il simbolo, misterioso veicolo visivo a realtà inaccessibili alla spiegazione logica, è il mezzo più fedele per comprendere la reale identità di chi lo adotta. Ebbene, se andiamo ad esaminare gli altri simboli storicamente associati alla Lega Nord, scopriamo che la loro origine non affonda affatto nella difesa delle identità dei popoli, al massimo nella difesa dei privilegi della classe borghese che si andava affermando nel Medioevo (ergo, in piena regola con quanto fattivamente rappresenta la Lega oggi). Il nostro riferimento è al famoso Carroccio, macchinario in legno reso famoso dalla Battaglia di Legnano del 1176, quando i comuni lombardi resistettero all’assalto delle truppe di Federico Barbarossa e da quel dì assurto ad emblema della fierezza padana. Dilettiamoci a smontare il mito dell’invincibilità che aleggia intorno a quella costruzione di legno, rammentando un episodio storico poco conosciuto dai fanatici della padanità. Siamo nel 1237 e l’Aquila Sveva, grazie all’ingegno e alla grandiosità del suo reggente Federico II, gode di immenso successo e di incondizionato appoggio della popolazione. Per poter finalmente distendere le ali dal Regno di Sicilia alla Germania non le resta che domare le resistenze guelfe della Lega Lombarda, resistenze dettate da un’ottusità che impedisce ai popoli del Nord Italia di comprendere la magnificenza del progetto imperiale di Federico II, se non da un particolarismo borghese che non intende privarsi di privilegi finanziari di una classe di mercanti, seriamente minacciati da una politica sociale che nello stesso periodo fa del Sud Italia un fiorente lido di cultura, di tradizione e di pace. Uno degli scontri più accesi tra le due fazioni avviene dunque a Cortenuova e vede le truppe di Federico II, discese da una campagna in Germania in cui hanno soppresso le aspirazioni egoistiche di qualche principe locale, prevalere in modo schiacciante sull’ultimo lascito di resistenza lombarda riunitosi attorno al Carroccio. L’imperatore svevo riscatta la sconfitta subita dal nonno Barbarossa un secolo prima e sancisce questa vittoria appropriandosi del Carroccio, col quale fa il suo ingresso trionfante a Cremona l’1 dicembre del 1237 e, dopodiché, lo invia a papa Gregorio IX e viene trasportato nel Palazzo Senatorio di Roma in quella che tuttora si chiama Sala del Carroccio, laddove ad imperitura memoria della sottomissione guelfa all’ordine ghibellino è incisa un’iscrizione che ricorda l’evento bellico. Un Carroccio oltraggiato, dunque, ma non da tirannici oppressori delle aspirazioni comunitarie del Nord Italia (come vorrebbe decantare qualche giullare leghista), al contrario, da chi tentò di debellare la bramosia mercantile che sviliva le identità dei popoli, condannandoli a sottostare al peso dell’oro e della cupidigia e negandogli l’accesso all’immensità dell’Impero, ove la diversità trovava armonia quale tassello di un idilliaco mosaico etnico. Un Carroccio, aggiungiamo noi, degno rappresentante della Lega Nord, interprete – al di là della retorica dei comizi! – non delle aspirazioni identitarie delle popolazioni del Nord Italia, bensì dei meri interessi economici degli industriali, degli atlantici, di Israele e degli ordini dell’alta finanza. Un Carroccio, e con questo concludiamo la disamina, degno rappresentante di un partito assolutamente a suo agio nel principio racchiuso in quel grido di piazza tanto caro al populismo padano, a quel Roma ladrona che si esprime nelle logiche di clientelismo, di nepotismo e di sperpero di denari pubblici. Popoli settentrionali, diffidate dall’inganno leghista! La riscoperta delle tradizioni è un percorso di intima coscienza comunitaria che non passa certo per i salotti corrotti della politica istituzionale!
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