Pronti per la catena?

In questa Europa che va profilandosi nei suoi aspetti amministrativi attraverso la ratifica del Trattato di Lisbona, oggi impegnata a far fronte ad una crisi economica mondiale, c’è un elemento che dovrebbe costituire motivo di attenta riflessione tra coloro i quali intendono definirsi uomini liberi. Abbiamo sempre ritenuto con forza che la vera, più impellente e grave crisi che oggi colpisce i popoli d’Europa non è quella economica; non il conseguimento di un fabbisogno materiale che – appare evidente dal tasso di consumi inutili che si mantiene eccessivo – resta in questi lidi una certezza, nonostante le indubbie difficoltà del momento che si trovano a dover sfidare tutte quelle categorie sociali danneggiate dalla recessione economica. Riteniamo invece che il problema che attanaglia il futuro degli europei, minandone le prospettive future, sia quello legato alla sopravvivenza delle nostre identità, oggi messe a repentaglio dal mondialismo. La loro indispensabile linfa vitale risiede in quell’ideale rifugio che trova compimento laddove valori e cultura rimangano una radicata espressione popolare. Un rifugio che non è fuga, bensì un sicuro riferimento granitico che sappia resistere all’effimero richiamo del mondano e devastante disimpegno del caos. Distinzione contro omologazione. Il certo senso d’appartenenza contro l’astratta “cittadinanza del mondo”. Una struttura politica che non derivi la propria legislazione da queste solide basi culturali è un castello d’argilla nel quale il relativismo regna sovrano ed anche le più banali garanzie dei diritti umani possono essere sacrificate, in pratica controtendenza rispetto alla retorica di cui quotidianamente veniamo ammorbati. L’aspetto di cui dovremmo occuparci è quello relativo alla difesa delle nostre libertà; libertà di esprimerci e libertà, dunque, di poter ancora rappresentare un’alternativa al mondo degli uguali che il sistema va propinando con arroganza. Mesi fa ci occupammo, a tal proposito, del Trattato di Lisbona, della sua natura liberticida che non solo uccide ogni eventuale proposito di sovranità e difesa delle tradizioni, ma prevede addirittura la pena di morte dinnanzi a particolari situazioni. Quali? Nel punto terzo dell’Articolo 2 viene spiegato: per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione. Questo, senza dare una definizione precisa dei termini sommossa o insurrezione, così concedendo la massima arbitrarietà alle forze di polizia. Una certa inclinazione a reprimere, all’autoritarismo giustizialista figlio del terrorismo psicologico di cui siamo vittime per mezzo dei media, non è ovviamente un elemento di novità, bensì alberga nelle giurisdizioni dei vari stati membri dell’UE. L’Italia è forse uno dei paesi in cui il sistema carcerario versa nelle peggiori condizioni, ma nel resto dell’Unione non c’è di che sorridere. Non vogliamo discutere l’utilità del provvedimento detentivo in senso assoluto, ma condannarne l’impiego spropositato che se ne fa e l’ipocrita concezione che ne viene data. Il numero elevato di suicidi (o le morti sospette…), il sovraffollamento, l’assenza di strutture degnamente confortevoli rappresentano oggettivi dilemmi che evidentemente preoccupano le sue sole vittime: la popolazione carceraria, e non scalfiscono l’opinione pubblica, convinta che i problemi legati a sicurezza e criminalità possano risolversi con metodi sbrigativi che si rivelano invece nel lungo termine una mera soluzione palliativo. Un meditato piano di scarcerazioni sarebbe un provvedimento oculato, umano: coloro i quali non rappresentano un pericolo per la società (i malati, per esempio) dovrebbero avere il diritto di scontare in modo alternativo la pena. Eguale diritto dovrebbe essere garantito per gran parte di quel 50% della popolazione carceraria: coloro i quali sono in custodia cautelare. Queste strutture imponenti e fatiscenti, grigie e desolanti, sono la crepa di democrazie che si ammantano di libertà, ma che costruiscono il proprio ipocrita consenso intorno alle sempreverdi parole d’ordine di sicurezza e legalità, dura repressione e ottusa autorità. Democrazie che hanno quindi seppellito valori e cultura e che oggi, in balia dei venti come sottili foglie recise dal proprio albero della vita, non possono più vantare un’identità, non sanno conferire un’educazione ai propri cittadini. E’ così che, mancando di capacità di rappresentare e di educare, di prevenire i reati, ricorrono alla punizione che trova la propria bieca utilità nel concetto del castigo fine a sé stesso, dunque escluso da una nobile funzione: il reinserimento del detenuto nella società. In linea di coerenza con questa logica lesiva della dignità umana, il sistema provvede ad ingrossare le gremite file dei privi di libertà con una categoria di persone sul cui capo pende un’accusa che richiama echi tirannici: il reato d’opinione. Nelle carceri di mezza Europa marciscono i criminali del pensiero, novelli martiri di una moderna inquisizione. Rei d’aver dubitato, a mezzo stampa o voce, dei laici dogma storici su cui si fonda questo marcio sistema, su decine di uomini liberi incombe la minaccia della mannaia. Vessati, perseguitati, incarcerati per aver espresso un pensiero contrario ai diktat imposti. Austria, Germania, Francia, Gran Bretagna sono solo alcuni dei paesi in cui è applicato questo metodo repressivo. In conformità con l’opera di livellamento giuridico cui l’UE si fa dispositivo, quest’ennesimo pericolo liberticida rischia seriamente di propagarsi a macchia d’olio su tutto il territorio europeo. Italia compresa, ovviamente. Recentemente ha iniziato a muoversi qualcosa in questo amaro senso: sulla base di quanto discusso in sede di Comitato d’Indagine sull’Antisemitismo (presieduta dall’onorevole del PDL Fiamma Nirestein) il 22 aprile si mettevano a punto le nuove strategie di annientamento dei siti che osavano criticare la politica USA/Israel e trattare in maniera non conforme – storicamente, culturalmente e politicamente – la “questione sionismo”. A dare compiutezza politica alle velleità di suddetto comitato, il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d.. L.733), tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia(UDC) identificato dall’articolo 50-bis: Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet. Ci risiamo; così come rilevato nel sovracitato testo del Trattato di Lisbona, neanche qui i termini più significativi dell’articolo vengono rivestiti di una precisa definizione, lasciando libera interpretazione ai giudicanti. Infrangendo le più banali regole del buon senso e della tanto decantata democrazia, anche in Italia determinate lobbies si apprestano a tramutare in legge la loro brama repressiva. Non la forza della dialettica ed il confronto verbale, bensì la violenza autoritaria esercitata mediante leggi che sono l’arma che il sistema è pronto ad impugnare onde difendere il castello ideologico su cui è fondata la sua storia. Siamo dunque chiamati noi oggi, in tempi in cui il cappio viene agitato sempre più pericolosamente, a doverci porre determinati innanzi ad una scelta: abdicare il nostro spirito, effetto di ancestrali vocazioni ad un impegno eterno in difesa della Tradizione, di lotta per la verità, noncuranti dei pericoli che ciò può causare; oppure prostrarci ai piedi di questi epigoni dei Giacobini, che si propongono di legittimare la propria ideologia attraverso la lobotomia ed imbavagliando le idee altrui. Dalle parole di un figlio d’Europa del diciannovesimo secolo (il poeta romantico Gottfried August Bürger) – parole che sembrano vergate sugli arbusti degli alberi di Germania, tanto trasudano appartenenza alla propria terra – ci giunge un’affidabile indicazione: "Chi non sa morire per la libertà è pronto per la catena". Non esitiamo…

Viva la libertà! Viva l’Europa!
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