The Mission

Questo capolavoro cinematografico uscito nel 1986 nelle sale di tutto il mondo si assume un non facile compito: raccontare la storia, seppur romanzandola, senza condizionamenti politici, servendosi di un episodio del nostro passato remoto al fine di comunicare un messaggio tuttavia attuale. Mission rappresenta l’apologia del coraggio, della fede, della trascendenza dei pochi che, investiti appunto di una missione che si nutre della loro eroica sconfitta per ridestarsi nello spirito dei posteri, riscattano l’uomo dal materialismo che ne affligge l’animo. Può sembrare, la nostra, una retorica sviolinata, priva di reali riscontri; eppure, non è così. Ci sono da leggere tre motivi per considerare Mission una pellicola “scorretta”, che si discosta da un filone di film storici ossequiosi verso il potere, cantori dei suoi capisaldi ideologici e, per questo, coperti d’allori dalla critica. Ciò che il film racconta stride innanzitutto con una leggenda tramandata nei secoli e cristallizzatasi nelle convinzioni dell’opinione pubblica, cioè che la religione cattolica sia stata un mero pretesto di sopraffazione colonialista da parte degli europei a danno delle popolazioni del Sud America e che la conversione di queste ultime sia stata imposta con la spada. L’inesattezza, resa tale dal principio di superficialità d’analisi storica su cui si fonda, è di matrice anglosassone ed è servita al mondo protestante per screditare l’autentica opera missionaria della Chiesa Cattolica, ostile ai propositi dei mercanti. Inoltre il film non si serve di mezzi termini per condannare una prassi politica espansionistica, assassina delle tradizioni dei popoli e bramosa di guadagni, che non è fatto limitato al ‘700, ma che è un ricorrente modus operandi degli stati liberisti. Infine, un ultimo merito: l’esplicita condanna nei confronti di uno Stato Pontificio che abbandona la propria veste sacra porpora e oro, a beneficio del più pusillanime dei peccati, il compromesso codino, la collusione con quel mondo secolarizzato che è animato dalla sola logica del profitto, così rifiutando misericordia e determinazione.E’ proprio intorno a questo terzo postulato che si sviluppa la trama del film e da cui nasce la sua morale. Ad emergere è infatti la contrapposizione evidente tra il cardinale andaluso Luis Altamirano – un emissario del Pontefice che fa prevalere la ragion di stato e l’interesse politico all’incrollabile ragione della fede religiosa – e l’Ordine dei Gesuiti, autentici vicari di Cristo, votati all’estremo sacrificio pur di non compromettere la nobiltà della fede nella blasfema commistione con l’accordo vigliacco. Siamo nel cuore del Sud America nella metà del diciottesimo secolo, laddove un crudele cacciatore di schiavi al soldo della monarchia spagnola incorre inaspettatamente in un fatale episodio che segna la sua vita. Rodrigo Mendoza (questo il suo nome) uccide infatti accidentalmente suo fratello in un impetuoso scatto d’ira e di delusione, durante una sfida a duello seguita alla scoperta di una relazione che egli ha con sua moglie. Travolto dal rimorso, decide di lasciarsi morire di fame e di gesti d’autolesionismo dentro un’angusta cella, ma il padre gesuita Gabriel lo convince ad espiare la sua colpa affrontando i rischi di una pericolosa missione evangelica nel cuore della foresta situata sopra scoscese cascate d’acqua. Mendoza accetta, assumendosi il pericolo di venir accolto nel sangue da quella stessa tribù di indios, i Guaranì, che in passato ha tormentato a colpi di baionetta durante le sue cacce di schiavi. Eppure l’indulgenza prevale su un risentimento legittimo e questi indigeni, considerati violenti barbari incivili dai saccenti coloni europei, accolgono il redento nel loro villaggio insieme a tutta la compagnia di Gesuiti che lo ha accompagnato in questo viaggio verso l’espiazione del peccato. La predisposizione ad abbracciare il verbo di Cristo da parte degli indios, la perseveranza e l’operosità dei gesuiti nel dispensarlo senza alterare le tradizioni altrui e infine il coraggio di Mendoza nel saper ridiscutere la liceità delle proprie azioni scegliendo di indossare gli indumenti dell’apostolo, contribuiscono nell’edificare nel cuore della foresta una pacifica ma solida comunità di cristiani. Equilibrata, armoniosa, semplice ed accogliente si presenta agli occhi di uno straniero questo avamposto di fede cattolica e di cultura indigena. Ma queste prerogative si scontrano con le mire sfruttatrici di Spagna e Portogallo, certo non interessate a comunicare il verbo cristiano di cui si ammantano indebitamente le due monarchie, bensì a costringere gli indigeni ad abbandonare i propri usi e costumi, la propria terra, la propria libertà per lavorare come schiavi nelle piantagioni. La missione dei gesuiti è dunque una minaccia alle politiche colonialiste, rappresenta il pericolo di vanificare la logica del profitto in favore della sana catechesi degli indios. Nel 1750, a seguito degli accordi di Madrid, la Spagna si impegna a cedere al Portogallo i territori della missione e viene affidato al cardinale Altamirano il compito da parte dello Stato Pontificio – al fine di non subire ripercussioni a causa della refrattarietà dei gesuiti – di organizzare il trasferimento di queste missioni dal territorio in passaggio ai portoghesi al territorio spagnolo. Compito ingrato, dunque, quello del cardinale Altamirano: o riconoscere la bontà del lavoro dei gesuiti, in perfetta linea di coerenza con la loro investitura religiosa, ed imporre a Spagna e Portogallo di risparmiare la missione dall’avidità, oppure far prevalere i motivi politici, negoziando valori che la Chiesa dovrebbe custodire come sacri. Lo spettacolo che, nel bel mezzo della selvaggia foresta sudamericana, si apre allo sguardo incantato di padre Altamirano non può che toccare le corde più profonde del suo animo: ad accogliere la sua visita trova una disciplinata comunità di cristiani, armonicamente asserragliata in un villaggio indigeno che ha come suo epicentro una chiesa costruita in legno dalle mani dei fedeli, progetto che si sposa con i canoni architettonici rudimentali, eppure così caratteristici e affascinanti degli indios. Un esponente della Santa Sede non potrebbe che definire riuscita la missione dei suoi membri apostolici, a meno che non decida appunto di tradire l’impegno divino di cui è stato investito per più prosaiche ragioni politiche. Così è: onde evitare ripercussioni sui rapporti tra Santa Sede e potenze coloniali, Altamirano ordina infatti l’immediata sospensione della missione, come da richiesta di Portogallo e Spagna, che minacciano l’utilizzo di maniere forti. Ma attendersi la compiacenza dei Guaranì sarebbe ingenuo, significherebbe non aver compreso affatto – fraintendendolo con vile inedia! – il senso della loro mitezza, conferitogli da un’armonia comunitaria che si fonda sull’attaccamento al proprio territorio. La loro risposta a questo abuso è quindi la resistenza ad oltranza, a costo di venir uccisi uno ad uno. Anche i gesuiti decidono di combattere al fianco dei loro fratelli indigeni, ognuno nel modo che esprime la sua specificità individuale: per esempio Mendoza decide di impugnare di nuovo la spada ed organizza la rivolta armata dei Guaranì, mentre padre Gabriel opta per una resistenza non violenta fino alla conseguenza estrema, la più ambita da un cristiano: il martirio. L’impervio territorio silvano è un fidato alleato dei resistenti, che spesso riescono ad imporsi all’avversario nonostante un assetto di armi assai meno sofisticato. Archi e frecce rispondono con orgoglio a cannoni e baionette fin quando l’orgoglio è costretto, giocoforza, a far posto alla brutalità dei mezzi avanzati e la resa diviene l’unica alternativa alla morte collettiva. Ma questo compromesso preclude l’onore e dunque i Guaranì preferiscono l’estinzione all’umiliazione di diventare schiavi degli invasori. L’impari lotta si trasforma in un eccidio. Una lotta in cui l’estremo sacrificio dei vinti, il loro senso dell’onore invertono idealmente gli esiti della battaglia: a vincere sono gli sconfitti, a perdere sono i vincitori. Le morti sul campo di Mendoza e padre Gabriel sono una componente essenziale di questo tripudio di gloria celeste. Il primo muore in combattimento, armi in pugno, indomito sino all’ultimo istante pur sapendosi ormai sottomesso alla superiorità dell’avversario, assumendo il ruolo del guerriero; il secondo cade invece sotto il fuoco nemico mentre marcia, seguito da un folto gruppo di fedeli inibiti alle armi (donne, anziani e bambini), impugnando temerariamente il Corpus Domini in segno di redenzione dai peccati dei suoi carnefici e di estrema fedeltà al proprio ruolo pastorale. Essi assumono le vesti di due delle tre figure fondanti della cultura medievale, quelle appunto del guerriero e del monaco, alle quali va ad aggiungersi il contadino, quale umile lavoratore della terra, che lo ricompensa coi propri frutti. Questo armonico quadro tripartito verrà spodestato proprio dalla brutalità dei tempi che stanno manifestandosi: l’epoca dei lumi, il trionfo del mercantilismo e dell’ingordo ed insulso terzo stato, la borghesia. L’ultima immagine della battaglia che vede prevalere in modo efferato le truppe ispanico-portoghesi – accompagnata dalla soave melodia del magistrale Ennio Morricone – è lo sguardo compassionevole di Mendoza ormai esamine a terra che si posa sul corteo di martiri guidato da padre Gabriel. Sembra voler comunicare, in questi ultimi istanti di vita, la gioia di aver riscattato un passato empio con una morte onorevole, fianco a fianco ai suoi veri fratelli: non fratelli di sangue ma di spirito. Una terra lontana dalla sua patria – meta di speculatori spietati di cui un tempo, prima della conversione al verbo di Cristo, fu indegno compare – ha conferito a Mendoza le onorifiche stimmate del martirio. Egli è qui che ha conosciuto non in biechi sanguinari, bensì in strenui gesuiti, l’inclinazione al sacrificio, ed è con loro che ha infine condiviso un destino che lo consegna alla luce eterna dei cieli. Beati morituri! è il pensiero che accompagna la nostra emozione durante la visione di queste struggenti immagini. Beati morituri! Perché solo il dolore ed il sacrificio sono le vie che portano alla resurrezione. Il film termina con un frase del cardinale Altamirano che riassume il suo imperdonabile pentimento nell’aver tradito la sua veste sacerdotale, contribuendo alla soppressione dell’Ordine dei Gesuiti: « Non sono loro che sono morti, sono io che sono morto».

 
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...