Esportatori di democrazia = esportatori di oppio

In un’intervista uscita su "Il Messaggero" di ieri la principessa India d’Afghanistan, figlia di Amanullah Khan, il re che governò il paese dal 1919 al 1929 portandolo all’indipendenza dalla Gran Bretagna, ed oggi ambasciatrice dei diritti umani dell’Afghanistan presso l’Unione Europea, si pone un interrogativo:
"Le coltivazioni (di oppio ndr) sono molto estese e ben visibili anche di notte, i fiori sono alti ed hanno colori sgargianti: perchè gli americani per scovare Bin Laden hanno bombardato il sud del paese con bombe all’uranio impoverito, che hanno minato il sottosuolo e prodotto nubi tossiche che stanno causando seri problemi di salute e malformazioni ai neonati e agli animali, e non hanno distrutto i campi?". Interrogativo evidentemente retorico, data la risposta che ella stessa dà: "Ci sono troppi interessi coinvolti in tutto questo e non è chiaro chi vuole cosa e quali siano le alleanze. L’invasione anche completa del paese non serve se l’Occidente vende armi ai talebani e compra l’oppio".
Quelle della principessa India non sembrano essere le uniche dichiarazioni atte a denunciare questa "mala pratica", tipica dell’imperialismo americano ma dalla demagogia politica dei governi asserviti agli USA mascherata da operazione umanitaria finalizzata all’esportazione di democrazia; ecco infatti quanto emerge da un lancio dell’agenzia ASCA di qualche giorno fa:
"E’ considerata la capitale mondiale dell’eroina e continuera’ ad esserlo ancora per molto tempo. Malgrado l’Operazione Mushtarak, l’offensiva sferrata contro i talebani dalle truppe della Nato, abbia riconsegnato alle autorita’ afgane il controllo sulla citta’ di Marjah e sull’intero distretto di Nadali, nella provincia di Helmand le coltivazioni del papavero da oppio non sembrano destinate ad essere sradicate. Ne parla un servizio di PEACEREPORTER, nel quale si sottolineano le promesse non mantenute degli emissari del governo Karzai, che dopo oltre due anni di contropotere talebano, hanno garantito la riapertura delle scuole, il rispetto delle liberta’ civili della popolazione e la lotta al narcotraffico. Ma nei giorni scorsi, un esponente del governo afgano che ha chiesto di non rendere pubblico il suo nome ha dichiarato a Irin News, l’agenzia giornalistica dell’Onu, che al di la’ delle dichiarazioni ufficiali, le autorita’ hanno informalmente concesso ai contadini del distretto di continuare a produrre oppio, per non alienarsi il sostegno della popolazione locale. Una conferma esplicita viene dal nuovo governatore di Marjah: ”Bisogna stare attenti con la questione dell’oppio: non lotteremo contro il narcotraffico distruggendo le piantagioni”, ha dichiarato Haji Abdul Zahir all’inviato del Miami Herald, che a Marjah ha parlato anche con il maggiore dei Marines David Fennell: ”Noi non siamo venuti qui per sradicare i papaveri”. ”L’unico vero scopo dell’operazione ‘Moshtarak’ – spiega a Peacereporter Safatullah Zahidi, un giornalista locale – era mettere le mani sulle piantagioni di papavero da oppio. E quelle di Marjah e del suo distretto, Nadali, sono le piu’ grandi e produttive di tutto l’Afghanistan. Grazie all’operazione Moshatarak sono tornate sotto controllo del governo e degli americani, giusto in tempo per il raccolto di marzo. E ora faranno lo stesso con le piantagioni della seconda principale zona di produzione di oppio, quella di Kandahar”. Secondo l’ultimo rapporto del dipartimento antidroga delle Nazioni Unite (Unodc), la provincia di Helmand produce da sola quasi il 60 per cento di tutto l’oppio afgano (4 mila delle 6.900 tonnellate totali e 70 mila ettari di piantagioni su un totale nazionale di 123 mila) e l’Afghanistan produce il 90 per cento dell’eroina circolante nel mondo".
Contemporaneamente ci giungono dalla Russia i dati sugli effetti devastanti dovuti all’incremento esponenziale dei traffici di droga nel paese di Putin:
"Secondo il rapporto dell’Ufficio sulle Droghe ed il Crimine dell’ONU, presentato lo scorso febbraio a Vienna durante i lavori della relativa Commissione, la Russia oggi è seconda solo all’Europa nell’uso di derivati dall’oppio di produzione afghana (eroina inclusa), e prima tra i singoli Stati. Quando era ancora in Afghanistan, Osama bin Laden predisse che “essi moriranno per le nostre droghe”. Per “essi” egli intendeva la Russia, che all’epoca sosteneva attivamente il rivale storico Ahmad Shah Massud. Bin Laden mantenne la parola: la sua dichiarazione risale al 1999, e nel successivo decennio il numero dei tossicodipendenti in Russia si è decuplicato. Ogni anno vengono consumate circa 80 tonnellate di eroina afghana, il 20% della produzione totale di tale sostanza nel Paese centro-asiatico ed il 90% di quella complessivamente consumata in Russia. Che conta per il 15% del consumo delle droga afghana, mentre ad esempio la Cina, con la sua enorme popolazione, “solo” per il 12%. Nemmeno la riduzione significativa della superficie coltivata ad oppio, da 193.000 ettari nel 2007 a 123.000 nel 2009, modifica i termini della questione, in quanto è contemporaneamente incrementata la relativa produttività e lo scorso anno la produzione si è attestata attorno alle 7.000 tonnellate, per un valore di 65 miliardi di dollari. Tutti questi dati di fonte ONU vengono confermati dalle autorità russe. Viktor Ivanov, responsabile del Servizio Federale per il Controllo della Droga, ha affermato che in Russia vi sono tra 2 e 2,5 milioni di tossicodipendenti, dei quali solo 500.000 ufficialmente censiti. Il numero di tossicodipendenti cresce di 80.000 all’anno, mentre vi sono fra i 30.000 e 40.000 decessi legati all’uso di droghe, annualmente. Tre sono le rotte attraverso cui la droga esce dall’Afghanistan. La più importante, per il 35-40% del totale, passa per l’Iran e poi giunge in Europa occidentale dai Balcani. La seconda, che vale per un 25-30%, è quella che più di tutte convoglia la droga verso la Russia attraverso le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. La terza, per un restante 25-30%, passa per il Pakistan e poi arriva fino in Europa via mare. E’ quindi comprensibile l’indignazione che la Russia va esprimendo ultimamente nei confronti del ruolo fallimentare della NATO nel contrastare la coltivazione di oppio in Afghanistan. Ad iniziare dall’ambasciatore russo presso l’Alleanza, Dmitry Rogozin, che ha definito “l’aggressione dell’eroina” come “la principale minaccia” al proprio Paese, dicendosi sicuro che la NATO non adotterà misure aggiuntive contro i narcotrafficanti afghani per evitare ulteriori perdite di truppe. Continuando con Alexander Kozlovsky, vice presidente del comitato affari esteri del Parlamento russo, che ha duramente criticato la NATO in quanto “praticamente si è messa a guardia dei campi dove le droghe vengono coltivate”. Il già citato Ivanov ha riferito che il numero di arresti di narcotrafficanti in Afghanistan è diminuito di 13 volte e la chiusura di laboratori per la lavorazione della materia prima di 10 volte, negli ultimi tre anni. Si è inoltre registrato un sensibile declino nel volume di oppio sequestrato, nel 2009 solo 140 tonnellate, un misero 2% del prodotto totale. Ivanov ha quindi espresso forte preoccupazione anche per l’allarmante aumento del transito di droga verso il Daghestan, l’instabile regione nel Caucaso russo, che favorisce la criminalità e le attività terroristiche. Ha infine fatto notare come negli ultimi anni l’ONU abbia sempre più eluso le proprie responsabilità nell’attuazione dei programmi di lotta alla droga, lasciando campo libero alla NATO la quale a sua volta ha delegato le autorità locali. Quelle medesime autorità che, dopo aver assunto il controllo della città di Marjah e dell’intero distretto di Nadali al termine della recente operazione Moshtarak condotta dalle truppe dell’ISAF congiuntamente all’esercito afghano, hanno informalmente concesso ai contadini di continuare a produrre oppio.                 
Analizzando le dichiarazioni di Bin Laden datate 1999 circa l’uso strategico dell’oppio per fiaccare il nemico e la loro reale consistenza, non possiamo che consigliare alla Russia di adottare una drastica misura che sappia proteggere il paese dall’offensiva talebana, dunque americana di oppio. Se gli USA adottano lo scudo antimissilistico sul versante occidentale, la Russia escogiti una sorta di "scudo antioppiaceo" sul versante orientale. Del resto, contro chi fa dell’inganno il proprio strumento di battaglia, è opportuno pensare a sistemi di difesa anche inusuali, purchè efficaci.
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