30 gennaio 1944: Aldo Bormida, primo caduto della RSI

Huginn e Muninn sono due corvi, fedeli amici del Dio Odino. Essi vagano ogni giorno per il mondo alla ricerca di informazioni da consegnare poi a sera al Dio che li ha inviati. I loro nomi significano rispettivamente pensiero e memoria. E’ così che recita un antico poema epico: «Huginn e Muninn volano ogni giorno alti intorno alla terra. Io ho timore per Huginn che non ritorni; ma ho ancora più timore per Muninn». I due corvi sono dunque un’allegoria di due facoltà celebrali che permettono la conservazione di ciò che è stato, così salvaguardando dall’oblio della dimenticanza le radici che ci appartengono e ci rendono uomini in piedi, seppur tra rovine. Questa antica tradizione nordica sembra imporci la giusta tensione, necessaria al fine di riuscire ad apprendere quanto la storia ancestrale ci tramanda (manifestandosi nel corso dei tempi sotto diverse forme) e ad attuarla nelle contingenze storiche che siamo chiamati a vivere. Un invito a mai abbandonare l’eterno riferimento al sacro vincolo con la terra che custodisce le nostre radici; una massima che si richiama alla cultura nordica, dunque europea. E’ proprio una storia europea che intendiamo narrare questo mese. Europea in quanto consumatasi sul nostro suolo, europea soprattutto in quanto corrispondente a quel vasto perimetro culturale entro il quale albergano i valori assoluti di onore e fedeltà. A ridestarli, consegnando all’oscura prigionia della ripetitività temporale raggi di luce divina ed immortale, i gesti di uomini che, attraverso la loro eroica epopea terrena, adempiono ad una missione sacra. Essi sono inconsapevoli della portata della loro azione, ma sentono un indescrivibile richiamo primordiale che li conduce ad agire senza badare ai frutti terreni del loro gesto. Correva l’anno 1944, il mese di gennaio volgeva al termine non senza esser stato testimone di un evento che lo ricollega al simbolo della sua divinità, Giano. Dio del passaggio, del mutamento, finanche del ponte tra passato e futuro. Un ponte che nell’anno violento del 1944 trovava compimento in un sacrificio qual è stato quello del neanche ventenne Aldo Bormida. La morte guerriera del giovane volontario piemontese della RSI rappresenta il riscatto di un’intera patria violentata dal disonore dell’armistizio e dalla efferata invasione nemica. Un ponte, appunto. Un ponte che finalmente rendeva al lustro dei fascisti della prima ora, della Marcia su Roma un approdo su di un fertile terreno, quello di un di nuovo consacrato giuramento di fedeltà all’alleato germanico. Un approdo degno di esser considerato il definitivo, corrispondente non a giovamenti materiali né a clamorose svolte del corso della storia, bensì al nobile senso del sacrificio che si tramuta nel combattimento anche laddove la sconfitta appare ormai certa. Per l’onore, concetto arcaico. Per l’onore si consumò il lucente periodo fascista, durante un’ultima, tragica raffica di mitra. Onore che animava migliaia di giovani volontari a mantener fede alla parola data, tentando sino all’ultimo goccio di sangue di respingere gli assalti nemici che muovevano verso Roma. A sud della città, quasi al confine con la Campania, i tedeschi avevano fortificato la cosiddetta Linea Gustav, valico insormontabile per gli angloamericani che avevano così deciso di scavalcarlo sbarcando agli inizi del gennaio ’44 ad Anzio e Nettuno. Convinti che questa mossa li avrebbe condotti presto a Roma, si trovarono invece coinvolti in una battaglia di posizione che li costrinse a fare i conti con la caparbietà degli avversari che tennero loro testa nonostante l’enorme inferiorità numerica e meccanica. Nei sei mesi che separarono il loro tentativo d’attracco sulla costa laziale e l’entrata a Roma (giugno 1944), essi ebbero di che conoscere la reale forgia delle truppe italiane, indebitamente sminuita dalla retorica occidentale e dalle decisioni dei traditori che causarono il misfatto l’8 di settembre. La terra pontina conobbe in quei lunghi sei mesi l’onore dei soldati della RSI e dei loro alleati germanici, riconoscendo nel loro sangue di cui si nutrì, l’antico lignaggio dei nobili latini, antichi abitanti del Lazio. Il destino volle che il primo a dover donare il proprio sangue a questa magica causa dai retaggi ancestrali dovesse essere appunto un giovane studente originario della terra piemontese che tanti volontari offrì alla patria. Un sacrificio quello di Aldo Bormida che battezzò nel sangue la scelta senza ritorno dei centinaia di migliaia di aderenti alla Repubblica Sociale Italiana, dei quali altri quindicimila seguirono il suo tragico destino sul campo di battaglia, senza contare gli innumerevoli prigionieri internati nei campi di concentramento angloamericani, dai quali in tanti non fecero più ritorno. Se non fosse stato per la cura dei famigliari di Aldo Bormida e per la testimonianza oculare di un anziano abitante della zona in cui Aldo cadde falciato dalle cannonate americane mentre, con altri commilitoni votati anch’essi all’estremo sacrificio, si avventava verso il nemico, oggi non avremmo neanche quel marmoreo cippo commemorativo situato in un prato pianeggiante tipico del pontino, sconfinato in un anfratto nascosto tra immensi ettari di terreni coltivati. E’ lì, a Borgo Podgora, nel bel mezzo di un territorio che più d’altri conobbe l’operosità fascista che seppe bonificarlo dopo secoli di ignavia amministrativa, che trovò eterno riposo il giovane volontario Aldo Bormida, primo – sotto l’egida amorevolmente paterna di quel Giano che ricollega il suo sacrificio a quello dei fascisti della prima ora – di una lunga serie di caduti. Caduti che rappresentano il tributo di redenzione di un intero popolo, dimostrando, con un gesto d’amore tanto estremo, il loro forte attaccamento alla vita.

E’ il 30 gennaio del 2010, sessantasei anni sono passati da quel dì. Inattuali come ci piace essere rispetto a quest’empia epoca postmoderna assetata di soli danari e vanagloria, ci troviamo dritti, inquadrati solennemente innanzi a questa dissestata colonna, ignota agli uomini d’oggi, sulla quale è inciso il nome di Aldo Bormida. E’ nostro sentito richiamo dover rendere omaggio al primo caduto per la causa della RSI. Ci atteniamo al silenzio del luogo e, ispirati da un vento invernale che ci carezza il volto irrigidendoci i muscoli, lasciamo che la nostra immaginazione ci trasporti indietro nel tempo, trasmettendoci quei valori immortali che sentiamo penetrare in noi attraverso la soave sensazione epidermica della pelle che si stringe intorno ai pori facendoci rizzare i peli. No, la spiegazione prettamente scientifica non basta a giustificare questo intenso momento. La forte emozione non è un estemporaneo effetto di suggestioni, bensì il contatto ancestrale con delle forze invisibili che solo il nostro cuore può custodire e sapersi spiegare. Non esistono d’altronde parole che sappiano descrivere il volo quotidiano di Huginn e Muninn, il loro costante ritorno all’ovile, la loro quotidiana lotta contro l’oblio della dimenticanza. Aldo non è morto, il suo esempio è vivido ed ha animato, anima ed animerà migliaia d’altri patrioti, italiani ed europei, che non vogliono arrendersi all’idea di veder spenta la sacra fiaccola della Tradizione.
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...