C’era una volta in America…

“C’era una volta in America” è più di una pellicola cinematografica, esso può essere considerato il manifesto emotivo di una categoria di privilegiati. Il privilegio di costoro nasce da una certa capacità di provare incommensurabili emozioni semplicemente guardandosi dietro alle proprie spalle e, scrutando tra i ricordi, sentirsi un piacevole pizzico nel cuore che sinteticamente possiamo definire autentica e voluttuosa nostalgia. Nostalgia che assume pienezza poiché aleggia tra l’aria aperta e scorre nelle vene insieme all’adrenalina; nostalgia di momenti vissuti al di fuori di quello steccato culturale che ogni sistema vorrebbe imporre alla gioventù, per renderla mansueta ed ubbidiente, omologata ai ritmi imposti e quindi innocua, inebetita da mode e da altri strumenti di distrazione. Ciò che contraddistingue i giovani protagonisti di questa pietra miliare del cinema è proprio il bisogno di evasione da un mondo di adulti a cui essi si affacciano e verso il quale scagliano il loro dissenso. Come non rispecchiarsi? Non ci avrete mai come volete voi sembra essere il deciso motto che essi contrappongono alla New York degli anni ’30, del proibizionismo, del mercatismo esasperato, della corruzione e dell’ipocrisia. Motto che viene idealmente intonato come fosse un giuramento, dato che la sua essenza coerentemente verrà mantenuta sino a quando i protagonisti avranno età adulta, sino agli anni ’60, timbrandone per sempre la reputazione col marchio ingrato che si dà ai ribelli. Siamo nel 1933 quando Noodles, egregiamente interpretato da Robert De Niro, si distende all’interno di una fumeria e, inebriato dagli effetti dell’oppio che aspira da una pipa, inizia a viaggiare con la propria mente. Attraverso sentieri temporali disconnessi egli ripercorre il passato suo e del gruppo di inseparabili amici coi quali ha dato vita ad una gang fortemente coesa. Ma non solo, i suoi viaggi onirici lo proiettano anche nel futuro, facendogli immaginare quello che sarà l’avvenire di una storia cominciata tra il cemento di una borgata: il fisiologico invecchiamento, le delusioni, i tradimenti, ma anche la fedeltà, quel nobile patto con la coscienza che gli proibirà di uccidere l’amico Max, nonostante le evidenti colpe di quest’ultimo. La data in cui termina la disordinata sequenza cronologica dei suoi viaggi è il 1968, non a caso. E’ l’anno spartiacque, i capricci volgari di un esercito di senza patria dediti solo all’effimero agiscono come una mannaia ai danni di un’epoca già logora ed avviata al declino. Il romantico periodo che scrissero i migranti europei sbarcati in America in cerca di fortune attraverso la bussola dell’identità culturale cessa d’esistere. Sta ora compiendosi definitivamente la tanto decantata integrazione tra popoli, finalizzata a dar vita – in modo definitivo ed ineluttabile – a quell’accozzaglia meticcia senza radici né slanci che è oggi il mondo globale. E’ a questo triste epilogo prospettatogli dalle premonizioni dovute all’oppio che appunto Noodles, conforme al proprio spirito ribelle, si oppone. E lo fa risparmiando la vita al traditore Max, lasciandosi convincere dall’illusione secondo cui Max sia in realtà già morto da anni in modo poetico, pistola in pugno e fedeltà all’idea. Il nefasto ’68, almeno nelle allucinazioni oppiacee di Noodles, non arriverà mai ad insozzare la sua gioventù pregna d’esperienze e poggiata su di una solida base qual è l’amicizia.L’insegnamento che dunque il grandioso Sergio Leone vuole trasmetterci è quello dell’eternità dei valori assoluti che albergano nei cuori puri, riluttanti ad adattarsi alle contingenze storiche. A conclusione di quasi quattro ore appassionanti, la cinepresa indugia sul sorriso di Noodles, malcelato dai fumi che si infittiscono davanti al suo volto. Egli, grazie all’oppio, ha potuto stimolare le meravigliose capacità del sogno che lo hanno catapultato integralmente negli anni belli della sua vita vissuta pericolosamente; ha saputo trovare conforto rispetto alla durezza degli avvenimenti che verranno in seguito, del procedere della storia. Avere vent’anni, averli per sempre. Potersi guardare dietro alle proprie spalle senza il timore di subire un assalto dei rimpianti. Tutt’altro, autentica e voluttuosa nostalgia entusiasmerà il nostro spirito, accendendoci sul volto quel beffardo sorriso che è di Noodles nel film, ma che appartiene a tutti i ribelli mai pentitisi d’ogni epoca e latitudine. Questa pellicola è un inno all’amicizia vera, quella che nasce e si sviluppa tra giovani europei ed illumina l’oscurità che si stende sopra i cunicoli di una orribile metropoli moderna qual è New York. Sergio Leone decanta un’America che è altro rispetto alla finanza di Wall Street, alla retorica di Hollywood ed all’imperialismo di Washington. Eppure, a tentare di deturparne l’enorme capolavoro furono proprio gli stessi americani: le case di produzione e di distribuzione del film convennero circa la necessità, dettata da ottusi motivi commerciali, di ridurne drasticamente la durata e di rimontarlo in chiave cronologica, privando questa saga romantica del suo caratteristico fascino dovuto all’ambiguità temporale ed alla lunghezza. Il gesto sconsiderato fece infuriare Sergio Leone che, tenendo fede al proprio cognome, minacciò con veemenza di ritirare il film dalle sale, scuotendo il capo rispetto a quella massa di intontiti yankee che non sanno neanche riconoscere un elogio rivolto ad una passato recente che li riguarda, collocandoli in una dimensione di purezza romantica che, evidentemente, essi stessi percepiscono come un motivo di vergogna più che di vanto. La versione ridotta si rivelerà un fiasco clamoroso ed il genio del regista romano avrà ragione dell’ottusità dei produttori americani. La pellicola fu così salva da stravolgimenti idioti, consegnando un’imperdibile opera agli occhi dello spettatore; ma anche agli orecchi. La struggente colonna sonora di un altro leggendario artista romano, Ennio Morricone, saprà aggiungere al film una fondamentale vena commovente… Ora, ecco affiorare in noi il delizioso brivido che caratterizza la trama, il brivido del sogno. Chiudiamo gli occhi e lasciamo che il nostro udito venga sedotto dalle sublimi note che fanno da colonna sonora al film. La nostra mente libra già verso nostalgici pensieri gioiosi, il capolavoro di Leone sembra ora riflettersi sulle personali esperienze di noi altri. C’era una volta in America dunque, ma c’era una volta anche su e già per lo stivale a bordo di uno scomodo vagone di un treno che ci conduceva al seguito non di un squadra di calcio ma di un’idea d’appartenenza, c’era una volta tra i gradoni di una curva e nel fumo di una torcia accesa che incensava ed animava l’aria, c’era una volta l’asfalto di strade che conducevano a vivere momenti intensi, c’era una volta la marcia implacabile di uno splendido corteo che cantava l’inno alla vita contro un mondo di morti, c’era una volta il vento tra i capelli di un ragazzo di vent’anni: libero e gioioso come il suo animo vivace. Tutto questo c’era una volta, c’è ancora e vediamo che – materializzandosi al cospetto del nostro sguardo premonitore – ci sarà domani…
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