Farse a Roma e fame nel mondo

Nel bel mezzo del tiepido autunno romano un evento ha paralizzato le vie della città eterna. Insigni personaggi su automobili di grande cilindrata e relative scorte scorrazzano per le vie del centro, facendo il bello e cattivo tempo della viabilità cittadina. Chi saranno mai per condizionare così Roma? Come ben noto sono i capi di stato che presenziano al vertice dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, meglio nota come FAO. Come solitamente accade quando si riuniscono queste organizzazioni internazionali, nonchè istituti specializzati delle nazioni unite, il frastuono precedente la riunione è ingiustificato e sicuro monito di disattendimento di promesse che sanno molto di sterile propaganda mondialista. Nel caso specifico la Fao è concepita nel 1943 in Virginia durante una conferenza delle Nazioni Unite, ma poi spostata prima a Washington e poi a Roma, pensata appunto come edulcorante per i crimini del colonialismo dei paesi occidentali, come propaganda globalista, come illusione assistenzialista per i paesi affamati dall’industrializzazione e dalla conquista altrui e spronati ad adeguarsi al Nuovo Ordine Mondiale liberista.

Essa si propone per statuto di elevare i livelli di nutrizione e il tenore di vita delle popolazioni che ricadono nelle rispettive giurisdizioni; di ottenere miglioramenti della produzione e della distribuzione di tutti i prodotti alimentari ed agricoli; di migliorare lo sviluppo dell’economia mondiale e assicurare la libertà del genere umano dalla fame… Ambiziosi, vero? Tutta questa retorica ci fa comprendere come già dalla stesura dello statuto tale organizzazione avesse il solo obiettivo della propaganda tramite l’effetto placebo verso l’opinione pubblica causato dalla sponsorizzazione enfatica del riunirsi della conferenza (con cadenza biennale). Tuttavia, in questa occasione la delusione è stata unanime e non si è riusciti a nascondere la fallibilità di tale istituto e il fallimento della conferenza in questione. Questo è evidente nelle battute conclusive dell’attuale direttore generale, ossia il senegalese Diouf:  «Con mio rammarico, devo constatare che questa dichiarazione  non contiene né gli obiettivi quantificati né scadenze precise che avrebbero permesso di meglio seguire la loro realizzazione». Senza contare che la riunione è stata completamente snobbata dai paesi sviluppati, ossia dalla maggior parte degli aventi diritto a partecipare: essi non hanno inviato i vertici di Stato oppure, in certi casi, hanno addirittura dato forfait, esempio sono i “democratizzatori” USA. Eppure, a ben vedere il tema della conferenza era di primo ordine: la decisione di una strategia per il conseguimento dell’obiettivo del raggiungimento della fine della fame del mondo nel 2025. Data derivata da calcoli astrusi dettati per l’appunto dall’ altro vero obiettivo, quello dell’indottrinamento dell’opinione pubblica mondiale riguardo la bontà delle nazioni che dell’obolo da destinare ai sottosviluppati dovrebbero esserne gli autori. Diouf ci conferma l’importante ruolo dell’opinione pubblica quando glorifica pubblicamente i giornalisti :«Voi siete nostri partner nella lotta contro la fame… La capacità comunicativa nell’opinione pubblica è importante tanto quanto quello che facciamo noi, perché la nostra è una battaglia che per essere vinta deve avere il sostegno della gente». Chi sarà mai questa gente? Perchè dovrebbe non essere dalla parte di chi muore di fame? I paesi sviluppati si preoccupano soltanto della povertà presente in quei paesi dove non è presente uno sviluppo di tipo occidentale-capitalistico, ragion per cui le sacche  di miseria, seppur numerose e accentuate, presenti in paesi in via di sviluppo come India e Cina non ci vengono mostrate, non sono evidentemente un buono sponsor pro-liberista. Contrariamente, si accentua la povertà dell’Africa subsahariana ed orientale e di tutte quelle regioni che tradizionalmente hanno modelli di sviluppo differenti da quelli occidentali, come ci fa notare la giovane economista africana Dambisa Moyo in un articolo uscito su "La Stampa": “Il trilione di dollari di aiuti in 30 anni non ha portato sviluppo autonomo e non ha cancellato la povertà, ma ha foraggiato elite politiche corrotte e creato una mentalità di dipendenza. Dunque, meglio abolire gli aiuti ai governi, limitandoli alle popolazioni; meglio puntare sugli investimenti diretti, che creano occupazione; meglio, soprattutto, rovesciare l’approccio pietistico (simboleggiato da Bono e Angelina Jolie) che vede nei "poveri africani" degli «oggetti» di aiuto, passivi simboli del senso di colpa dell’Occidente opulento…”. Senza dubbio a bloccare la presa di posizione su aiuti da destinare all’Africa dai paesi più importanti è stato anche il sorgente neo-colonialismo di stampo latifondista cinese nei confronti di vaste regioni africane, situazione fattaci notare dal folkloristico leader libico Gheddafi: «In Africa, investitori stranieri (in grandissima parte cinesi ndr) stanno rastrellando i terreni agricoli trasformandosi in nuovi latifondisti, contro i quali dobbiamo lottare». Magari quei politici corrotti di cui ci parla Dambisa stanno lasciando spazio a qualche signorotto dagli occhi a mandorla, cosicchè anche gli aiuti forse cambieranno destinatari. Nel consumarsi dell’ennesima farsa nella società dell’opinione pubblica e dei consumi, una lezione arriva dalla moglie del presidente iraniano Ahmadinejad, che durante l’incontro tra le mogli dei capi di stato presenti, orgogliosamente avvolta nel tradizionale chador, ha centrato in pieno il nocciolo della questione, sostenendo che: «L’attitudine mercantilistica dello sfruttamento delle risorse e la politica dell’occupazione e del riarmo sono responsabili del l’imposizione della povertà in una larga sezione della popolazione mondiale» ha detto appunto Azam al-Sadat Farahi, ricordando che oltre un miliardo di persone soffrono la fame nel mondo e proponendo come possibile soluzione l’esperimento iraniano, cioè una sensibilissima politica di cooperazione sociale consistente in un forte supporto nella diffusione dell’allattamento tra le mamme e nella cooperazione tra le famiglie. Politiche, queste proposte dalla first-lady iraniana, sintetizzate nell’opuscolo  «La sicurezza e l’etica nella famiglia iraniana» distribuito nella suddetta riunione. Inoltre Azam ha anche ricordato ai più smemorati una questione che a noi è molto a cuore, ovvero quella dei palestinesi nella striscia di Gaza, chiedendo che «finisca immediatamente la grave oppressione che impedisce alla popolazione di ricevere medicine e cibo». Richiesta che ovviamente non è stata ritenuta degna di attenzioni da parte degli imbellettati colletti bianchi riunitisi a Roma. D’altronde si sa, in certi ambiti presunti filantropici non tutte le emergenze riscuotono lo stesso interesse. In realtà, c’è ancora possibilità che il tema di Gaza possa essere affrontato. Sempre a Roma, sempre ad uno di questi convegni. Sì, perchè a dicembre la nostra amata città è di nuovo la sede prescelta. Il “Barilla Center For Food Nutrition”, istituto che fa capo all’omonimo gruppo industriale emiliano, si propone di creare un centro di discussione teso a proporre “soluzioni per affrontare le sfide alimentari del prossimo futuro” (questo il virgolettato che fa bella mostra sul sito ufficiale). Ebbene, il nostro auspicio è colmo d’amara ironia, considerando che la Barilla è uno storico investitore in Israele. Singolare che ad organizzare un tale convegno sia poi una multinazionale e dunque, stando a logiche liberiste a cui per definizione deve attenersi, ha dei facilmente desumibili interessi commerciali che mai si sognerebbe di discutere in nome del bene supremo rappresentato dalla sconfitta della fame nel mondo. Ergo, altro giro, altra farsa…

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