Bucoliche propensioni

C’era una volta un tempo in cui l’uomo aveva l’umiltà di saper vivere a misura dell’ambiente; oggi, in epoca di superbia antropocentrica e tecno-dittatura, egli pretende di dover subordinare l’ecosistema alla sua esistenza tronfia e irrispettosa, devota soltanto a volgari bisogni materiali. Una civiltà dunque secolarizzata e presuntuosa; essa volge con superficiale snobismo il suo sguardo al passato e ritiene di rappresentare il culmine di un processo progressista che innalzerebbe la tecnica a nuovo Dio di un uomo/automa, senza anima. Tale processo ha finito per recidere dall’uomo ogni legame con quello che, in epoca tradizionale, era considerato il Cosmos entro il quale egli era chiamato a vivere: il cielo e la terra, così lasciandolo, privo di una dimensione e di un riferimento metafisico, in balìa del Caos prodotto dai frenetici impegni moderni, così vuoti di reale importanza poiché appunto disanimati. Eppure, come la storia insegna, tutti i tentativi di epurazione, seppur lenti e scrupolosi, non potranno mai avere la capacità di riuscita totale e dunque anche in questa civiltà vi sarà un nugolo di persone che mai accetteranno di uniformarsi ad imposizioni culturali tendenti verso il basso, verso l’effimero desiderio. Oltre le gabbie di cemento e vetro, di strade e ferrovie, oltre gli affanni di folla e traffico, di chiasso e smog vi sono uomini che si stagliano in cerca di altro, di quel legame ormai reciso col loro mondo antico. Si applicano con anacronistica pazienza e inconsueta dedizione nel tentativo di ricucire lo strappo, isolati dall’incomprensione dei loro simili e di questo fieramente indifferenti. Essi sanno che questa applicazione costante concede loro di possedere un privilegio che li differenzia da tutti gli altri uomini: accedere nel cuore della natura e coglierne gli antichi retaggi che restituiscano un senso vero alla vita, riempiendo nuovamente l’animo umano di copiosa voluttà, sensazione al limite dal descrivibile e lontana anni luce dai piaceri effimeri garantiti dal conto in banca consistente. Essi si applicano in ogni dove la devastatrice opera umana non abbia ancora seminato sciagure, o non potrà mai farlo: essi accettano la sfida della maestosa montagna e tentano di scalarne le rocce, confrontandosi con avversità e rispettando i suoi ancestrali codici; essi esplorano il bosco e si lasciano risucchiare dalla sua immensa e rigogliosa vegetazione, apprezzandone i silenzi e amandone la fauna; essi si tuffano in cristalline distese d’acqua e si cimentano nell’esplorarne gli abissi, restando meravigliati al cospetto di cotanto crogiolo di colori che trova la sua collocazione nei mari. Ebbene, nonostante ci si trovi ad abitare in un contesto urbano, non è affatto proibitivo concedersi parte di questi piaceri che solo il contatto con la natura può offrirci. Roma, oltre gli stereotipi affibbiatigli dalla retorica caciarona ed oltre il goffo tentativo socio-politico di improvvisarne caratteristiche da metropoli occidentale, mantiene il suo stato di sacralità che si esprime anche attraverso le tante e vaste zone verdi, cariche di suggestione storica ed ottimi rifugi dalle angustie urbane, percorsi esoterici prima che ambientali che conducono verso il centro di noi stessi, facendoci riappropriare della nostra terra attraverso un mistico slancio. Ville, giardini, aree agricole, pinete, parchi, riserve… Profittando del fascino autunnale reso dal colore cereo delle foglie cadute dagli alberi e dall’odore dei ceppi di legna bruciati nei camini, a noi basta concedere un po’ del nostro tempo libero ad una passeggiata, – mattutina, pomeridiana o serale non ha importanza – e, senza equipaggiarci di inutili strumenti di distrazione da collocare nelle orecchie, poter battere finalmente i piedi su quella terra incontaminata per coglierne il valore, lasciando la nostra mente a farsi cullare dal sogno. Percorrendo un’ideale linea cronologica, ci sembrerà di tuffarci in tempi più o meno lontani, senz’altro tutti distanti dalle miserie contemporanee. Immagineremo l’antichissimo villaggio presieduto da popolazioni aborigene, preesistenti allo sbarco di Enea ad Anzio, laddove oggi sorge il panoramico Gianicolo che proprio dal suo divino regnante prende il nome: Giano. Vedremo la provvidenziale Lupa scorazzare intorno alle floride tenute di un fiume Tevere magicamente tornato ad essere biondo di sabbia. Osserveremo il primo sovrano Romolo tracciare intorno al Palatino il solco sacro dell’Urbe attenendosi con religiosa disciplina alla regola del rito. Scorgeremo nel Parco della Caffarella, ove sorge il Ninfeo di Egeria che Erode Attico fece costruire nel II d.c. per celebrarne l’evento storico, il benefico incontro tra il Re Numa Pompilio e la ninfa omonima. Ammireremo, tra le rovine della Villa dei Quintili ed i sentieri del Parco dell’Appia Antica, l’avvincente battaglia che vide contrapposti Orazi e Curiazi. Saluteremo trionfalmente il ritorno di una legione da una campagna militare lungo il corso della Via Sacra ai Fori Imperiali. Mediteremo nei giardini sotto la maestosità di Castel Sant’Angelo che ricorda l’apparizione angelica che debellò l’epidemia di tifo dalla città. Incontreremo Goethe o Stendhal e ci fermeremo a scrutarne la riflessiva solitudine intorno alla campagna romana mentre carezzano un rudere con sublime soggezione. Potremo rilassarci nell’assistere al fregio d’eleganza di Villa Torlonia o alle camicie nere che vengono passate in rassegna dal Duce a Villa Borghese giorni dopo la Marcia su Roma. Ci lasceremo coinvolgere dal mistero avvolto tra i labirinti del giardino segreto di Villa Pamphilj o tra i simboli della Porta Alchemica di Piazza Vittorio Emanuele. Ciò che maggiormente ci gratificherà, dopo una passeggiata di questo tipo, sarà una certezza gioiosa: come i Wandervogel tedeschi nei primi decenni del XX secolo, la nostra non è affatto una vile fuga, bensì è un ritorno alle nostre origini più nude e asciutte ed una decisa contrapposizione alla farneticazione borghese che intorno a deliri consumistici vorrebbe consumare la gioventù più sana. E’ solo attraverso questo tipo di evasione che potremo finalmente assaporare quella deliziosa vertigine della forza segreta custodita nella terra dei nostri padri di cui parlavano i Wandervogel…
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