27 ottobre 1962, il giallo Enrico Mattei

Il 30 ottobre 1962, a Matelica, paesino delle Marche di cui egli era originario, si svolgono i funerali di Enrico Mattei, morto tre giorni prima in incidente aereo insieme al pilota e ad un giornalista americano che lo stava intervistando. E’ dunque un incidente dalle cause – sarà sentenziato in sede processuale – non accidentali a porre fine all’esistenza di un uomo dotato di incommensurabili doti di scaltrezza e carisma, superbo esempio di patriota. Abile corruttore, diranno i suoi avversari; onesto ed efficace dirigente pubblico, diranno i fatti. Mattei è morto povero, le ingenti somme di denaro passate per le sue mani sono servite esclusivamente al fine di rendere l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) una potenza. Soffermandoci su questo punto, ci è possibile risalire alle cause che lo portarono ad essere soggetto a pericoli per la sua incolumità: egli, in ossequio ad un’investitura di dirigente pubblico del proprio paese, si batte per gli interessi nazionali, a costo di importunare le mire di stampo colonialista delle potenze occidentali. Di origini contadine, Mattei seppe avviarsi ad una brillante carriera professionale a Milano, nonostante gli umili inizi come operaio di un’azienda di vernici del suo paese. L’adesione ai partigiani cattolici durante la II Guerra Mondiale gli valse l’inserimento in quel circuito politico che dovrà occuparsi, a guerra conclusa, dell’amministrazione di un’Italia vinta, al ricatto dell’invasore americano. Mattei viene incaricato di smantellare l’Azienda Generale Italiani Petroli (AGIP): le risorse del sottosuolo italiano, durante il fascismo proprietà dello Stato, debbono ora passare tra le grinfie degli arroganti yankee. E’ a questa sopraffazione che Mattei si oppone, riuscendo a convincere le autorità italiane della ricchezza di un sottosuolo non del tutto scoperta ed adoperandosi per usufruirne. La sua politica si fa convincente e riesce a dissuadere il governo italiano dal consegnare ad imprese private americane le proprie risorse energetiche. E’ da qui che nasce la sua epopea: nel 1948, a Ripalta, nella Pianura Padana, i tecnici AGIP scoprono un giacimento di gas naturale. E’ solo la prima di numerose scoperte che spingono il governo italiano a costruire nuove reti di gasdotti, facendo diventare le aree padane una prolifica fonte energetica. Operai e tecnici sono al lavoro ventiquattro ore su ventiquattro, il genio e l’operosità insiti nell’animo italico trovano in Mattei un nuovo provvidenziale artefice. Il profitto, tra guadagni e risparmi, per le casse statali, diventa elevato. Diventa elevatissimo se al capolavoro dei gas metano aggiungiamo quello del cosiddetto oro nero: nel 1949, a Cortemaggiore, nella bassa padana, viene trovato il petrolio. I successi della sua politica raggiungono dimensioni enormi e nel 1952 Mattei fonda l’ENI al fine di ammodernare la sua arma che si sta ergendo a bandiera di una incredibile efficienza italiana, l’AGIP.Inoltre, non dimenticando l’importanza che storicamente assume il lavoro della terra in Italia, valorizza l’agricoltura, ed estendendo l’utilità sociale del suo ente ad altri settori industriali, rileva la fabbrica Pignone sull’orlo del fallimento e dunque salva dalla disoccupazione migliaia di operai mettendone le doti al servizio delle esigenze meccaniche dell’AGIP. Eppure, in anni come quelli di Mattei, in cui si assiste alla crescita industriale, si registra un grosso aumento del fabbisogno di energia che costringe l’Italia a spingersi oltre i propri confini nazionali alla ricerca di accordi che possano garantirle un maggior approvvigionamento di gas e petrolio. In linea di coerenza con lo spirito che lo contraddistingue, Mattei intende stabilire accordi con i paesi del Medio Oriente e dell’Africa senza rivolgersi alle multinazionali del petrolio che gestiscono gli interessi occidentali nei sottosuoli di quei luoghi. Egli non apprezza affatto i modi arroganti che hanno utilizzato le cosiddette sette sorelle per dividersi equamente le fette di terra da dilapidare, privandole attraverso la prepotenza militare e la tirannia del denaro della loro sovranità. Egli si rapporta al mondo arabo con rispetto e modi garbati, riconosce ad ogni Stato la dignità che l’inettitudine capitalista, sensibile solo al tintinnio delle monete, ignora. Soprattutto, considera assai più proficuo per l’Italia non dover passare per terzi, ma allacciare rapporti commerciali direttamente con i paesi produttori. Nel rispetto delle tradizioni locali, garantendo a questi paesi la manodopera locale, la formazione di tecnici preparati, prezzi molto più concorrenziali di quelli imposti loro dall’alta finanza e dunque la prospettiva di rilancio nazionale, l’Italia diventa l’interlocutore privilegiato in Medio Oriente ed in Africa. Le sette sorelle vengono spodestate. La cooperazione e la cultura delle differenze vincono sul capitalismo e sull’omologazione. L’Italia di Mattei, per mezzo di una politica energetica di nuovo indipendente, si sta facendo una pericolosa terra bruciata ad Ovest. Mattei, consapevole di ciò, vuole quindi garantirle una sempre maggiore autonomia in tal senso e apre nel 1957 allo sviluppo dell’energia nucleare, pone le basi alla costruzione di un impianto a Latina portando l’Italia al terzo posto come produzione nel mondo, alle spalle solo di USA ed Inghilterra. Ma le scoperte si allargano di nuovo, agli inizi degli anni ’60, al settore petrolifero: stavolta, la terra baciata dal destino che porta la provvidenziale ENI a scoprire le risorse del sottosuolo è la Sicilia. La popolazione isolana ha finalmente la possibilità storica di affrancarsi dal peso dell’emigrazione e dalla dipendenza dalle cosche mafiose.L’oro nero è l’auspicato mezzo per restituire al lavoro della propria terra migliaia di disoccupati. Quello in Sicilia è l’ultimo abbaio di fuoco del cane a sei zampe simbolo dell’AGIP. Mattei si trova sull’isola a fine ottobre del 1962, una serie di tappe lo portano a presenziare come relatore diversi comizi tra i paesi toccati dall’opportunità di lavoro nata con la scoperta del petrolio; ma il viaggio aereo che da Catania deve portarlo a Linate è interrotto per sempre da un incidente occorso poco prima dell’atterraggio. Tutto lascia pensare ad un attentato. Lo stesso Mattei era consapevole della concreta possibilità di rimanere coinvolto in un attentato da parte di coloro i quali, ad Ovest dell’Italia, avversavano la sua politica energetica che assicurava una fastidiosa autonomia al nostro paese. Si era dotato di un gruppo di informatori personali e di fidatissime guardie del corpo. Già qualche mese prima, la benefica attenzione del suo pilota personale scongiurò l’incidente aereo grazie all’accorgimento di un tentativo di sabotaggio del velivolo prima della partenza da Parigi per il Marocco. E’ il 27 ottobre quando i propositi omicidi trovano presumibilmente riscontro. La procura di Pavia apre un’inchiesta sull’ipotesi di attentato, ma il percorso delle indagini sembra proprio rifuggire la verità con vile timore: inizialmente si deve registrare un’archiviazione perché “il fatto non sussiste”; ma nel 1997, a fronte del ritrovamento di nuovi reperti, si riaprono le indagini giudiziarie e stavolta si concludono con una vaga ammissione che l’aereo “venne dolosamente abbattuto”.

Ammissione vaga, appunto; poiché non sa rivelarci né i mandanti, né gli esecutori. La morte di Mattei resta dunque avvolta nella coltre di mistero che fu causata dalla deflagrazione dell’aereo per mezzo, si è stimato, di 150 grammi di tritolo posti dietro al cruscotto dell’aereo. Esplosione a cui assistette un testimone, che parlò ai microfoni della RAI, ma la cui registrazione, dopo la richiesta da parte del PM, fu privata dell’audio e lo stesso testimone fu costretto da imprecisati uomini in abito scuro a ritirare in sede processuale la sua testimonianza. Mattei è stato dunque vittima di un attentato. E’emerso che la CIA stava conducendo da diversi anni, dall’impedimento di smembrare l’AGIP, una campagna di informative ostili al dirigente marchigiano. Gli USA non potevano accettare il riscatto dell’Italia, pretendevano e pretendono i servigi delle nostre risorse, si ergono a potenza colonialista e ritengono inaccettabile che chicchessia trasgredisca i suoi diktat. L’attentato è l’estremo rimedio all’indissolubile fermezza che il loro obiettivo ostenta, anche a fronte di ripetuti attacchi. Perpetrati per mezzo di campagne giornalistiche di prezzolati scribantini della carta stampata e per mezzo dell’ostracismo imposto ai politici, gregari zelanti nell’adempiere disposizioni.

Mattei si mantenne appunto orgogliosamente fermo e fu così adottato l’estremo rimedio per rimuovere questo ostacolo alla loro politica di dominio. Mattei – possiamo dirlo – si scrisse autonomamente la propria condanna a morte, l’inchiostro fu la sua salda integrità. Gli esecutori? Bè, non è difficile trovare in Italia qualche criminale che una storia recente lega allo sbarco dell’US army in Sicilia nel 1943. Le dichiarazioni del pentito mafioso Buscetta riveleranno che l’omicidio da parte della mafia del giornalista De Mauro fu legato alle sue pericolose ricerche, in procinto di esser pubblicate, che lo avevano portato a ricondurre la morte di Mattei ad un delitto, il quale lo stesso Buscetta ammette essere un favore fatto dalla mafia a degli stranieri. Sempre a proposito di misteriose morti di scrittori, l’ultimo romanzo di Pasolini ha l’eloquente titolo Petrolio, un intero capitolo del libro, probabilmente il più inerente alla vicenda Mattei, sembra essere scomparso dopo la morte dell’autore. Un mistero. Uno dei tanti di cui è costernata la storia di questo paese. Una delle prime subdole prove di forza di cui fece sfoggio chi ci impone la sua autorità a seguito di una guerra vinta. Primo accenno della strategia della tensione che, anni più tardi, insanguinerà il paese di sangue italiano per interessi stranieri. Povera patria…
 
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