…e tra le “bollenti” notizie, il gelo americano

Quale pensiero più d’altri ha mosso la coscienza collettiva degli italiani in questo recente agosto assai caldo e assai fedele agli stereotipi che ricorrono ogni anno intorno a quello che resta, almeno nell’immaginario, il mese delle ferie? La ricerca di un agognato refrigerio, sfidando l’ostacolo mentale della soggezione nei riguardi della tanto temuta crisi ci si è radunati presso le sovraffollate spiagge o presso i sentieri dell’entroterra, magari con una maggiore attenzione a contenere i costi. Tra una bracciata al mare ed una scampagnata quindi, ancor meno attenzione di quanto avvenga solitamente è stata rivolta alle questioni che hanno animato i media di massa. Piuttosto approssimativi gli sforzi di giornali e TV a spostare su argomenti seri gli sguardi dell’opinione pubblica. E allora eccoci a dover registrare il solito canovaccio noioso e retorico: gli aggiornamenti climatici e sugli spostamenti del cosiddetto “popolo dei vacanzieri”, le ricorrenti notizie di cronache nere e rosa che alimentano disquisizioni altisonanti quanto sterili, qualche infruttuoso battibecco tra politici che nasce, si consuma e si esaurisce nel giro di un paio di giorni, l’ipocrita cerimoniale che ha accompagnato il decorso della croce sulla scheda anche nel caotico Afghanistan, il calciomercato (molto esiguo per le società italiane in questa sessione), il mercato che dà un calcio alla politica tramite le solite speculazioni finanziarie e poco altro ancora. Insomma, nulla di nuovo sotto un solleone particolarmente caldo in tema di informazione. Eppure, tra tante quisquilie dalla modesta importanza, vi è una notizia passata quasi sottotraccia rispetto ai circuiti ufficiali e di larga diffusione. Notizia relativa ad un gelo che ha stonato con il cocente clima nostrano, un gelo proveniente da oltreoceano, dalla terra degli yankees. Gelo dovuto non a diverse collocazioni geografiche, a motivi di emisfero o di latitudini, bensì di frizioni diplomatiche tra il governo italiano e quello statunitense. O meglio, ad un disappunto da parte dei vertici della politica americana rispetto ad un filone strategico che sta caratterizzando questo mandato Berlusconi, più d’ogni “questione morale” ed altri polveroni da gossip di bassissimo cabotaggio ad essa correlati. La testa della politica italiana sta tentando di emanciparsi da una scelta atrofizzante che la obbliga a volgere il proprio sguardo soltanto verso ovest; scelta che affonda le proprie radici in quei cruenti giorni legati alla II guerra mondiale ed al caro prezzo che si è dovuto pagare all’indirizzo dei vincitori, come se i bombardamenti sui civili non fossero bastati: la concessione della nostra sovranità politica. Non è dato sapere se per via di un’amicizia personale tra capo di governo e Putin, di una lungimiranza sinceramente inaspettata o, ancor più inatteso, di un onesto desiderio di vedersi autonomi dal giogo occidentale creando un blocco di potenze alternativo ed europeo. Ci è dato sapere il dato oggettivo, cioè quello che conta: un’asse Roma-Mosca sembra essere oggi più concreta che mai e la cosa non fa altro che indispettire il Dipartimento di Stato americano, abituato a sessantanni di vessazioni ed infiltrazioni verso quella che considera la sua colonia europea. Rabbia americana che dunque rappresenta una garanzia circa la bontà dell’iniziativa. L’iniziativa che si esprime nella fattispecie attraverso le scelte italiane in tema di politica energetica, di appoggio alla realizzazione russa di una linea di trasporto che possa approvvigionare di gas l’Europa occidentale: il progetto South Stream. L’intento colossale del Cremino si è andato a scontrare con i propositi di monopolio americani, che vorrebbero accaparrarsi il sostegno incondizionato di tutti i paesi della Comunità Europea a quello che è invece il suo gasdotto: il Nabucco. Un ambizioso progetto quello russo che si fonda su una serie di tasselli diplomatici da dover minuziosamente porre in opera con assoluto zelo. Del resto il South Stream dovrà passare per diversi paesi ed è necessario stabilire i necessari equilibri politici. Tra i paesi interessati la Turchia, decennale sostenitore degli USA che evidentemente possiede la volontà di ampliare la propria sfera di collaborazioni internazionali. Infatti ad inizio agosto ad Ankara si è svolto un produttivo incontro tra Putin ed Erdogan il cui tema del dibattito è stato proprio il sostegno a questo ampio progetto energetico russo. All’incontro, ha presenziato anche Berlusconi quale massimo esponente di un paese occidentale che, scevro dalle scelte degli altri paesi dell’Unione Europea, ha già abbracciato con entusiasmo la possibilità South Stream. Ecco le sue dichiarazioni al termine del vertice: «La nostra azione di diplomazia commerciale ha portato la Turchia, e in particolare il premier Erdogan, ad accettare che un importante gasdotto, che la nostra Eni costruirà al 50% con Gazprom, possa passare nelle acque territoriali della Turchia, sul fondo del Mar Nero». Da qui le reazioni yankees, per bocca di noti diplomatici che preferiscono mantenere l’anonimato nel confidare ad un giornalista de “La Stampa” il disappunto del loro paese. Ecco cosa sostiene il primo interpellato: «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca». Rincara la dose il secondo: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca». Un astio a stelle e strisce che, a meno che memoria non ci inganni, ci sembra atteggiamento insolito dagli anni dell’Italia di Craxi filo-araba ad oggi ed è preoccupante ma al tempo stesso positivo: poiché significa che le mosse del governo vertono in direzione giusta, indipendente da chi, arrogante e prepotente, ci considera colonia da depredare. Presto spiegati dunque quegli attacchi da parte della stampa di matrice anglo-americana (estera ed interna al paese) che hanno come obiettivo da qualche mese a questa parte il Presidente Berlusconi. Attacchi spropositati e costanti che, data la loro volgarità e bassezza di contenuti, qualificano chi li fa, affibbiandogli l’indecorosa collocazione nei ranghi del giornalismo voyeuristico e da gossip, la cosiddetta “roba da serve”, per dirla in modo genuino. Sappiamo che gli attacchi a Berlusconi non si placheranno finchè non verrà cambiato registro in quanto a politica estera o fin quando non verrà trovata l’alchimia che ne sancirà la caduta del suo governo. Lo sappiamo fin troppo bene, la tracotanza di quelle che a ragione venivano definite, durante quei floridi ventanni a metà del secolo scorso, plutocrazie occidentali non si placa senza aver prima ottenuto il ritorno economico che esse pretendono. Abbiamo conosciuto sulla nostra pelle il loro modus operandi qualora qualche esponente politico tentasse di spezzare le catene che tengono l’Italia legata ad oltreoceano, la misteriosa caduta dell’aereo sul quale viaggiava Enrico Mattei è un nitido campanello d’allarme ed un tema sul quale magari torneremo.

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