Via Rasella ’44: l’alba dello stragismo

Via Rasella è una strada lunga e stretta incastonata nel bel mezzo di una delle parti più eleganti del centro storico di Roma, al Rione Trevi. Discende da Via delle Quattro Fontane fino a Via del Traforo. Scivola ripida e serrata come fosse una lacrima che gronda intimamente tra le più commerciali, artistiche e trafficate vie limitrofe; una lacrima sepolta da una storia ufficiale che ha subito l’imprimatur interpretativo dei vincitori e che ha dunque abbandonato al ricordo di pochi gli eventi tragici che portano la firma di sangue di chi ha posto sul proprio capo ingiustificati allori. Una lacrima che si staglia tra l’inconsapevolezza di turisti ignari scaricati dai pullman appena fuori l’uscita del Traforo da cui prende il nome l’omonima via, liberi di poter ricercare ristoro nel piccolo e rilassante pub di chiaro stile britannico “Albert” o di attraversare la strada in direzione Fontana di Trevi; si staglia tra le frenetiche corse di individui troppo impegnati a fare la spola tra studi commerciali, studi legali e altri centri nevralgici delle alte sfere professionali; si staglia tra l’ignavia di consumatori che si lasciano guidare dai richiami di vetrine luccicanti che li attirano a sé come lampadine accese in piena notte con le falène; si staglia tra il lusso sprezzante di caffè, di locali, degli hotel, nondimeno dei musei che sono storicamente prerogativa di questa zona. Si staglia dunque silente questa lacrima densa di rabbia e sobriamente si posa sul viso di quanti ne riconoscono il dolore immenso e l’ingiusta rassegnazione a restare un ricordo di nicchia. Cala il buio dell’ennesima abitudinaria giornata metropolitana contraddistinta dal solito canovaccio convenzionale e regolarmente desiste anche il traffico, i fastidiosi rumori dei clacson e delle auto in moto lascia il monopolio dell’asfalto alle ruote dei taxi impegnate a scarrozzare turisti con maggiore facilità di spostamento; al contempo si accendono le luci delle caratteristiche trattorie a richiamare l’interesse di stranieri in cerca di un posto caratteristico e degli esotici ristoranti che riscuotono un sempre maggior successo tra i romani. Camminando adagio lungo Via Rasella e volgendo lo sguardo ora a destra, ora a sinistra al fine di individuare qualche testimonianza del passato, rimbalzano alla nostra mente le immagini soffuse, ricostruite grazie alle letture di quegli eventi relegate tra gli scaffali più impolverati delle librerie che rappresentano la storia d’Italia. Rimuginiamo gli effetti e la scientifica motivazione di quel vile attentato consumatosi proprio laddove oggi passeggiamo e ci percorre un brivido che attraversa tutta la schiena. E’ come se questa stretta via a senso unico possieda la capacità di elevarci oltre i ritmi moderni e di catapultarci a ritroso nel tempo fino alla mattina del 23 marzo 1944. Fino ad una mattina come tante in un Rione Trevi popolare, assai diverso dal fasto odierno, uno dei cuori pulsanti di romanità di una capitale sconvolta dal susseguirsi di tristi eventi, ferita da una guerra civile che imperversa e disorientata dall’assenza di una guida politica. Succede che i panni stesi infittiscono l’orizzonte che si delinea lungo Via Rasella dall’alto dell’incrocio con Via delle Quattro Fontane, che gruppi di bambini giocano spensierati per la strada, giustamente estranei ad ogni logica di guerra che regola la quotidianità degli adulti in quel periodo, che un reparto di 156 uomini della Compagnia del Reggimento “Bozen” – come prassi da ormai quindici giorni – marcia con passo militare all’indirizzo della propria caserma al ritmo di canti unisoni, tra l’indifferenza di cittadini a cui la presenza di questi soldati altoatesini, tra l’altro riservisti e dunque avulsi ad azioni d’assalto, non ha evidentemente mai arrecato fastidio. Un tranquillo mattino romano sembra ceder posto ad un altrettanto lieto pomeriggio, il tutto sotto l’insegna di una così diversa e così simile consuetudine a quella che constatiamo oggi. Ma improvvisamente la serenità della “Città aperta” è rotta da una deflagrazione enorme, che scuote la pacifica Via Rasella e prepotentemente si afferma nella storia della nostra città come un fulmine da cui dipenderanno un susseguirsi di avvenimenti che per decenni, o forse addirittura per sempre, non cesseranno di far parlare di sé. La causa dell’assordante botto è l’esplosione di una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carretto per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. Gli effetti immediati sono la morte di 32 (che per le ferite riportate diventeranno 40 nei giorni immediatamente successivi) dei 156 militari impegnati nella mite marcia di rientro in caserma e di tre civili, tra cui un bambino di appena dieci anni, uno di quei spensierati fanciulli che fa del gioco per la strada di Via Rasella la propria principale e infantile preoccupazione. E’ una vera e propria strage perpetrata in uno degli anfratti più nascosti della città, i cui autori restano ignoti, lasciando così i destini di altre innumerevoli vite umane tra le brutali conseguenze di una facilmente deducibile logica bellica di ritorsione. Una ritorsione annunciata d’altronde da manifesti affissi per Roma dal Comando Tedesco, che indicavano che per azioni di guerriglia in cui avessero perso la vita soldati del Reich, la proporzione di rappresaglia sarebbe stata di uno a dieci. Dopo tre giorni di temibile silenzio, il 26 marzo i giornali serali pubblicano un lapidario comunicato ufficiale germanico che così avverte la cittadinanza romana: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest’ordine è stato eseguito”. Ebbene, l’esecuzione dell’ordine a cui il comunicato fa riferimento avviene il 24 marzo alle Fosse Ardeatine, laddove vengono uccisi 335 italiani e la cui responsabilità di questo eccidio grava sulla coscienza di coloro i quali, ammantandosi di indebito eroismo, lanciarono un attacco apparentemente privo di riscontro strategico nei confronti delle truppe tedesche e provocarono la morte anche di tre civili, tra i quali un bimbo. Ma dietro l’apparenza si celano più losche e fredde intelligenze, mirate sì a creare alle Fosse Ardeatine martiri da ostentare da parte comunista per “mettere il cappello” sulla cosiddetta guerra di liberazione, ma soprattutto ad ordire un vero e proprio complotto. Una cinica logica che si propaga direttamente da Mosca ed imbeve gli animi dei comunisti partigiani italiani, aizzati gli uni contro gli altri per motivi legati alla subdola speculazione politica. Da una parte i gappisti, fedeli esecutori degli ordini del Komintern russo, dall’altra i militanti di “bandiera rossa”, formazione partigiana di stampo trozkysta e dissidente nei confronti dei diktat del partito. Esplicativo che tra i quasi 300 partigiani morti alle Fosse Ardeatine ben 68 appartenessero a quest’ultima formazione partigiana, mentre nessuno appartenesse ai GAP. Una coincidenza? Stando a quanto scrisse sul libro “Lettere a Milano” Giorgio Amendola, uno dei membri della rete romana gappista che organizzò l’attentato di Via Rasella, diremmo proprio di no. Egli stesso rivela che fu messo in atto un sistema di spionaggio ed infiltrazioni all’interno del sistema carcerario e della polizia, tale da consentire non solo la riuscita dell’attentato, bensì anche la compilazione della lista dei fucilandi per rastrellamento tedesco. Da non sottovalutare altri due rilevanti episodi: 1) i due civili adulti che persero la vita per lo scoppio dinamitardo a Via Rasella erano anch’essi appartenenti alla formazione “bandiera rossa” e si accertò che restarono vittime di un tranello che li condusse in quel posto in quella data ora; 2) il teste principale di questo turpe complotto, il direttore di Regina Coeli Donato Carretta, venne linciato da una folla comunista inferocita la mattina del 18 settembre 1944, prima dell’inizio del processo al Palazzaccio, ed il corpo ancora semivivo fu gettato nel Tevere. A guerra terminata, a rischi per la propria incolumità oramai ridotti allo zero, gli eroici – consentiteci l’ironia – autori dell’attentato di Via Rasella escono allo scoperto, sono pronti a raccogliere sfacciatamente le onorificenze che la Repubblica Italiana, quel pantano di misteri che si colloca come diretta espressione delle loro indegne azioni terroristiche, è pronta a conferir loro. Coloro i quali a Via Rasella si resero protagonisti non di un vile attentato, travestiti da netturbini o nascosti dall’ombra e dai complici, bensì, per dirla come la Suprema Corte di Cassazione della Repubblica, di un “atto di guerra”, così è stato definitivamente sentenziato nel 2001. Un deplorevole intreccio di vigliaccheria, collusioni e complotti trova dunque la legittimizzazione dello Stato Italiano, andandone a rappresentare uno degli strumenti che ne sancì la nascita e l’affermazione. Un prodromo di quelle stagioni di stragi che di sangue e vergogna contraddistingueranno la storia d’Italia.

Ma ora i nostri passi ci strappano dal coinvolgimento emotivo che così indietro nel tempo ci ha condotti; stiamo abbandonando Via Rasella, non prima di aver volto di nuovo lo sguardo verso quelle piccole voragini che lacerano i muri delle case che affacciano sul luogo di quell’esplosione di sessantacinque anni fa ed infine verso quel grosso ciottolo in marmo sul quale è impressa semplicemente la scritta “Via Rasella”, un’espressione nuda e cruda come avviene solitamente in toponomastica, priva quindi di riconoscimenti istituzionali per quanto di cui fu testimone quest’anfratto romano. Ma quell’espressione è sufficiente per stimolare la nostra sensibilità, sembra volerci invitare a mantener desto il ricordo, a testimoniare il suo bagaglio d’esperienza, così breve quanto doloroso, così fragoroso quanto travisato. Ce ne andiamo a trovar ristoro in un pub nelle vicinanze, a passeggiare per le vie del centro storico della nostra amata città o chissà a cos’altro fare, ma di sicuro accogliamo fieri l’invito pervenutoci da quella apparentemente inespressiva lastra di marmo.

 
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