Cos’è la destra? Cos’è la sinistra?

Cogliendo ispirazione dall’attinente titolo del famoso brano di un altro grande ed "inetichettabile" cantautore italiano, Giorgio Gaber, vogliamo procedere con un excursus teso ad analizzare l’opera poetica di tre diversi cantautori, diversi ma allo stesso tempo uniti dal tentativo di inserirli in schemi tipici, procedimento standard in una società che più di ogni altra cosa teme l’inetichettabile. Dicevamo, molto diversi tra loro Battisti, De Andrè e Rino Gaetano sono per alcuni versi i più geniali e trasversali cantautori del dopoguerra italiano: più scanzonato il primo, antropologo il secondo e sociologo il terzo, hanno offerto punti di vista molto interessanti in un’Italia tempestata dai vari Baglioni, Zero, Venditti e De Gregori con i piagnistei romantici, il trasgredire del momento, i  perbenismi e i "radical-chicchismi" che ne conseguono. Tutti e tre a modo loro antiborghesi, tutti e tre scomparsi in età relativamente precoce, in stile con il loro modus vivendi tendente al non conformismo, che sarebbe venuto meno in età pensionistica. "Faber", come era anche conosciuto Fabrizio De Andrè, sfuggì all’indirizzo conforme impostogli dal padre – ex partigiano vice sindaco di Genova – quando, a sei esami dalla laurea in giurisprudenza, lasciò i suoi studi per andare a impegnarsi in ciò che era la sua grande passione: musicare vere e autentiche poesie. L’antiborghesismo di De Andrè sprizza in ogni rima e tutti gli "autorevoli" estimatori che lo incensano dovrebbero farsi un esame di coscienza prima di aderire così entusiasticamente alla poetica di De Andrè. Come non rammendare il finale della splendida "Città vecchia": Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli/In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori/lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo

strano/quello che ha venduto per tremila lire

sua madre a un nano./Se tu penserai, se

giudicherai/da buon borghese/li condannerai a cinquemila/anni più le spese/ma se capirai, se li cercherai fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo.

O la commovente "Nella mia ora di libertà", in cui si tratta il tema della giustizia carceraria con una profonda riflessione sulla legittimità del potere coercitivo statale. In questo brano protagonista è un innocente – finito in galera per un errore giudiziario – che riesce a comprendere molto dall’esperienza detentiva e dagli "altri vestiti uguali", iniziando a nutrire dubbi su quale sia "il crimine giusto per non passare da criminali". La canzone  pone in evidenza a livello etico, il confondersi dei piani tra criminale e apparato repressivo  con un finale a dir poco struggente:

Di respirare la stessa aria/ dei secondini non ci va/ e abbiamo deciso di imprigionarli/durante l’ora di libertà/ venite adesso alla prigione/ state a sentire sulla porta/ la nostra ultima canzone/ che vi ripete un’altra volta/ per quanto voi vi crediate assolti/ siete per sempre coinvolti./ Per quanto voi vi crediate assolti/ siete per sempre coinvolti.

Faber fu per un lungo periodo "tenuto d’occhio" dalle forze dell’ordine: le sue colpe? Avere un amico anarchico implicato nel processo per Piazza Fontana e cantare in stile personale, non etichettabile, non omologabile… tutti i crismi del potenziale terrorista, no?

Diverso per genere è invece Lucio Battisti, ma sicuramente non meno emozionante. Anche ad esso fu data addosso la croce d’appartenere a una determinata “specie”, uso caro al politicamente corretto, aldilà delle quali (croci) sembra esserci solo il nulla eterno. Lucio, figlio una camicia nera, sregolato e "MeNeFreghista", poco incline alla vita mondana e per giunta nato in una provincia "nera" come quella di Rieti, non poteva non essere un "fascio".Altre prove a suo “discapito” furono la famosa strofa "o mare nero, mare nero, mare ne" in “La canzone del sole" ed il "bosco di braccia tese" de "La collina dei ciliegi". A noi piace però ricordare il suo modo di essere antagonista quando, in barba agli scienziati progressisti imperanti tra gli anni 60 e 70, cantava: Sogno di abbracciare un amico vero /che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro/ e gente giusta che rifiuti d’esser preda /di facili entusiasmi e ideologie alla moda. O apologizzando la vita rupestre, dura e priva di fronzoli in "Le allettanti promesse", dove una voce femminile invita una maschile a passare dalla vita campestre a quella di paese elencando i vantaggi. Tuttavia la risposta sarà fortemente critica e negativa. Il paese, inteso come città-specchieto per le allodole con i suoi divertimenti e le sue frustrazioni, è definito come il posto in cui: " se qualcuno non difende i suoi interessi con le unghie e con i denti/ è degradato ad ultimo dei fessi per non dire degli impotenti."
E ancora nella divertente "Ma è un canto brasileiro" in cui la moglie protagonista di spot pubblicitari è accusata di alimentare l’ignoranza fingendo di servirsi della scienza e in cui è ancora forte il richiamo al "selvaggismo":
Io ti vorrei vedere mentre/ cogli l’insalata dell’orto/che vorrei aver coltivato/ prima di essere morto/ Oh no/ Anche se/ guadagni/ centomila lire al giorno/ non ti puoi scordare che la vita/ e’ andata e ritorno. Lucio ben presto abbandonò le luci della ribalta  per tornare a coltivare in campagna, dimostrando che ciò che cantava rispondeva effettivamente al suo pensiero. Poi c’è Rino Gaetano, quello che più di tutti ha "cercato" lo scontro frontale col potere, altro caso eclatante di strumentale superficializzazione. Rimasto nella memoria collettiva come "compagno", appartenenza più volte decantata da Radio Onda Rossa, che ne sfoggia il passato da finanziatore della radio stessa (non dubitiamo che per stima personale nei riguardi di qualcuno, possa aver stretto rapporti). Ma egli ha in realtà dimostrato nei suoi testi di essere al di fuori di qualsiasi etichetta e sempre pronto a schierarsi "contro il potere" in senso lato, di ogni sorta. Palese è la sua estraneità a logiche partitico-ideologiche nella canzone "Le beatitudini", quando ironicamente fa una lista dei beatificati da questa società : Beati i professori, beati gli arrivisti , /I nobili e i padroni specie se comunisti . Il suo essere anti-sistema potrebbe anche essere stata la causa della sua fine prematura (nell’81 a soli 30 anni per un incidente stradale dopo essere stato respinto da 5 diversi ospedali), più volte infatti citò esplicitamente personaggi e fatti, come ad esempio nella canzone "nuntereggaepiù". Era il 1978, si stava per raggiungere l’apice degli "anni di piombo", nel giro di 4 anni si passerà per il rapimento e omicidio Moro, Ustica, la strage di Bologna, Il caso del Banco Ambrosiano con seguente omicidio Calvi. In questo contesto Rino scrive una delle sue canzoni più famose, nominando una serie di personaggi del jet set: imprenditori, politici, sportivi e uomini di spettacolo:

Cazzaniga avvocato Agnelli Umberto Agnelli/ Susanna Agnelli Monti Pirelli / dribla Causio che passa a Tardelli / Musilello Antonioni Zaccarelli / Gianni Brera / Bearzot / Monzon Panatta Rivera D’Ambrosio Lauda Thoeni / Maurizio Costanzo Mike Bongiorno Nureyev Raffa Guccini / onorevole eccellenza cavaliere senatore / nobildonna eminenza monsignore / vossia cherie mon amour/ Tra le tante citazioni c’è anche la spiaggia di Capocotta; anni prima luogo di uno dei grandi misteri italiani: l’omicidio di Wilma Montesi dopo un’orgia a base di alcool e sesso, in cui risultarono implicati autorevoli esponenti della nobiltà e della politica romana. E ancora:
i ministri puliti i buffoni di corte /ladri di polli /super pensioni /ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati /auto /sangue blù /cieli blù/ amore blù/ rock and blues.  Ricordiamo che a causa della citazione, dovette prendersi anche il "rimprovero" di Maurizio Costanzo (uno dei citati, allora membro di una loggia "abbastanza" addentrata in giochi di potere) in diretta televisiva (reperibile su youtube). Prendendo spunto da questi cantautori è facile constatare come l’uomo medio si senta rassicurato dall’omologazione al sistema come certificazione e garanzia. In un mondo di ingranaggi, al di fuori dell’etichetta non vi è nulla se non il superfluo, il terrorifico, l’inadatto, l’escluso. Così, chi ha per anni raccontato ciò che era come era, con poetico realismo, ironia, concretezza, non poteva non essere accorpato a gruppi sociali riconosciuti dal sistema anche se temuti. Il potere nella sua certosina opera di catalogazione raccoglie amici e nemici, sistema e antisistema. Non c’è da stupirsi che per renderli "passabili" ci siano stati raccontati come compagni e fasci. A noi poco ce ne importa; li prendiamo così, per ciò che sono stati e che sempre saranno, senza dover passare per lo steccato mentale positivista della catalogazione e parafrasando Battisti:

             In un mondo che prigioniero è, il nostro canto libero… siete voi!

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