C’era una volta falce e martello

Acuti squilli di tromba accompagnano l’avvento del comunismo nella Russia zarista del lontano ottobre del 1917. Quell’ottobre famoso da cui irrompe prepotentemente reclamando un proprio importante spazio storico un’ideologia egualitaria che affonda le proprie radici nell’Illuminismo e nella Rivoluzione Francese e che prende forma nei pensieri di Marx ed Engels in piena epoca industriale, assumendo tratti dogmatici che le concedono l’aspetto di un credo radicale e schematico. La Russia di quegli anni si basa su una monarchia oramai vetusta, legata più per aspetto formale che non per sostanza a quei canoni aristocratici che la contraddistinguevano anni prima, l’aspetto pomposo stride con le innumerevoli contraddizioni che la contornano; inoltre gli esiti della Prima Guerra Mondiale non fanno altro che renderne meno il prestigio, causando enormi perdite di territori, di uomini ed un malcontento sociale che raggiunge picchi smisurati. E’ soprattutto nelle campagne che il malcontento trova la sua maggiore espansione per via di una fallimentare gestione del lavoro da parte dello Stato, ancora arretrato a vecchi schemi e apparentemente indifferente alle condizioni retrograde della popolazione. Il baricentro della rivolta si sposta così nella primavera del 1917 verso le strutture del potere a Mosca, laddove neanche le truppe inviate per arginare i moti riescono a porre rimedio, finendo addirittura per confluire tra i rivoluzionari. La situazione sembra destinata a precipitare e Nicola II, capo dello Stato, si vede costretto ad abdicare al cospetto di un governo provvisorio; ma mesi più tardi, a seguito di un primo tentativo di colpo di mano, i bolscevichi di Lenin riescono ad impadronirsi della Duma e ad esercitare sulle sterminate terre russe la propria imposizione che segnerà in modo indelebile il percorso della storia. Il nuovo fenomeno politico emerge fin da subito in tutta la sua efferatezza per mezzo del cosiddetto “terrore rosso”, fatto di epurazioni sistematiche nei confronti di chiunque potesse esser vagamente sospettato di rappresentare un “nemico della rivoluzione”. Nessuna indulgenza fu riservata ai vinti della guerra civile: alla famiglia reale che seppe accettare la sconfitta con ammirevole dignità, ai cosacchi bianchi, quegli indomiti difensori dei principi imperiali degli Zar che, sebbene consapevoli del declino della corona russa non ignoravano affatto i possibili effetti del pericolo comunista e si batterono per ristabilire quell’ordine ormai perduto nelle strutture politiche ma vivo nei loro cuori. Negli anni a venire verranno prese di mira altre categorie della società russa, su tutti i kulaki ed i sacerdoti della Chiesa Cristiano Ortodossa. I primi, piccoli proprietari terrieri, verranno prima privati dei loro beni da Lenin ed in seguito massacrati in massa da Stalin; i secondi, rappresentanti di istanze religiose che da secoli animavano la fede dei russi, vennero seviziati con ferocia così come vennero profanati tutti i relativi luoghi sacri, come se si volesse sopprimere la cristianità e sostituirla attraverso un macabro rito di violenza con i dogmi laici del materialismo comunista. L’impegno maggiore dei quadri della rivoluzione comunista in Russia diviene quello di estendere la macchia rosso fiammante in tutto il resto d’Europa, in particolar modo in Germania, il suo cuore pulsante della geografia e dell’industria; da qui nasce l’Internazionale Comunista. E’ così che i semi della nuova ideologia del ventesimo secolo, quella che contempla l’uomo solo nella sua dimensione sociale ed ambisce alla dittatura del proletariato, cosparge i suoi semi in ogni nazione. In ogni nazione prodi intellettuali sacerdoti del dogma offrono al diffuso malcontento popolare dovuto alla guerra una bandiera ideologica da brandire, indicando nello Stato lo sfruttatore del lavoratore e nelle sue autorità il repressore di chi si oppone, dunque soffiano sulla fiamma della guerra civile. Focolai vengono accesi ovunque, ed ovunque si riscontrano sanguinose battaglie con quanti percepiscono il sentore che l’internazionalismo comunista rappresenti una pericolosa minaccia all’identità dei popoli, che mai nella storia avevano conosciuto un irrigidimento materialista di tale portata. Soprattutto in Germania, per la necessità appunto di estendere il comunismo in un paese enormemente industrializzato, ed in Italia, per lo sfaldamento politico che da sempre è prerogativa del nostro paese, gli scontri si fanno particolarmente accesi. L’Europa conosce il biennio rosso (1919-1920), un periodo storico di fondamentale importanza in cui è innanzitutto nelle strade che viene sbarrato il cammino all’irruenza della rivolta bolscevica, laddove a giocare un ruolo da protagoniste sono le varie forze nazionali divise da una frontiera ma unite dai medesimi propositi patriottici. Le stesse avanguardie che poco più tardi, acquisendo il potere in Germania ed in Italia, rappresenteranno il reale riscatto nazionale ed il propulsore per un’Europa unita nelle differenze culturali e nel proposito tradizionale. Le stesse forze che nell’aprile 1939 debelleranno anche dalla Spagna il pericolo di un regime di stampo comunista che stava per instillarsi seguendo l’identico iter già intrapreso in Russia nel 1917, per mezzo dell’efferata violenza che trova la peggiore espressione di sé verso la Chiesa Cattolica. Una vittoria che si rivelerà di cruciale importanza, in quanto impedirà ai sovietici di occupare un importante tassello occidentale, tale da concederle la possibilità di chiudere a tenaglia l’Europa, come palesato dai suoi disegni imperialisti. Nell’agosto dello stesso anno viene stipulato un patto di non aggressione tra Germania ed URSS, il cosiddetto patto Ribbentrop-Molotov (dal nome dei due rispettivi ministri degli esteri). Patto che nelle intenzioni di Stalin serve ad assicurare alle sue truppe di perpetrare razzie nei territori dell’Est non ancora assoggettati, in particolar modo l’ingordigia staliniana si avventa sui paesi baltici e sulla Bessarabia. Sui territori occupati viene esercitata una vera e propria campagna di terrore, milioni di persone vengono deportate ed inviate ai lavori forzati in Siberia, nei famigerati gulag. Il fumo dei cannoni sovietici si spinge fino al confine del Reich e rappresenta una evidente sfida al patto stipulato; inoltre le massicce uccisioni delle popolazioni tedesche dell’Est rappresentano un affronto che non può lasciare indifferenti. Da quest’impulso anti-bolscevico nasce l’Operazione Barbarossa, una campagna che si propone da un lato di purgare definitivamente il mondo dall’espansione comunista, dall’altro di concedere all’Europa la sua naturale arterie orientale, ed a cui partecipano vivacemente milioni di giovani di tutti i paesi d’Europa. Operazione che segnerà negativamente gli esiti della Seconda Guerra Mondiale e con essa la fine di un mondo, di un tentativo di proporre un’alternativa europea, spirituale alle tirannie economiche che si ritrovarono alleate prima nell’attaccare l’Europa ed i propri stati sovrani, poi nello spartirsi i territori in modo cinicamente geometrico. Yalta, il conseguente Muro di Berlino daranno nuova linfa al comunismo, cederanno la metà del Vecchio Continente alle mascelle di belva dell’URSS che provvederà a farne un boccone da masticare rabbiosamente, riducendo nazioni eredi di antiche civiltà ad una poltiglia collettivista contrassegnata da grigi palazzoni, statica burocrazia, povertà umana e culturale e violenta repressione. Uno scenario deprimente che avrà la sua nota maggiormente negativa nello squallido teatrino della Guerra Fredda e di una sottomissione europea ai diktat americani tale da non andar oltre all’apparente sdegno nei confronti di simili prove di forza da parte sovietica verso i paesi dell’Est. Il Comintern (l’Internazionale Comunista) si preoccuperà inoltre di coltivare le sue cellule nei paesi occidentali, impartendo a veri e propri cani da guardia ordini di vigilanza nei confronti delle situazioni politiche interne dei vari paesi occidentali. Cani da guardia, quelli italiani del PCI, assai fedeli agli imput provenienti da Mosca, tali da concedere senza muover ciglio alla voracità del comunismo anche di nutrirsi del sangue di compatrioti emigrati per sfuggire al fascismo in quello che credevano fosse un “paradiso russo”, laddove invece troveranno la morte a centinaia dopo processi sommari per motivi tra i più paranoici. Sebbene simili eccidi venissero documentati, l’indifferenza dei politici del PCI desta ancora oggi sgomento. La cultura, l’informazione e la giustizia italiana, seppur i comunisti non abbiano mai avuto il potere governativo, è stata per decenni monopolio incondizionato dei servi del Comintern; dunque sulle tristi sorti dei connazionali epurati in URSS si è sempre esercitata omertà. Ma del cortigiano asservimento a Mosca si ha riscontro anche laddove vengano analizzate le criminali complicità del PCI in merito alla orrida pratica delle foibe; volantini a firma Togliatti che invitavano la cittadinanza ad abbracciare i compagni provenienti dalla Jugoslavia vennero distribuiti a Trieste in occasione dell’arrivo dei carri armati titini che, in barba alle parole sdolcinate e false di Togliatti, si presentavano con belliche intenzioni verso gli italiani. Della stessa provenienza erano i carri armati che i comunisti speravano potessero irrompere in Italia a seguito di un ipotetico esito favorevole proveniente dal responso delle elezioni politiche del 1948, il che per legittimare i risultati elettorali ed imporre anche militarmente su tutto il paese la tirannide dalla stella a cinque punte. Speranza che rimase fortunatamente peregrina per sempre; mai i comunisti riusciranno ad imporre una maggioranza a Palazzo Chigi, nonostante l’anomalia tutta italiana di esser paese occidentale con elementi comunisti all’interno dei vari governi succedutisi. Il corso degli eventi sancirà una deflagrazione costante del fenomeno comunista, fino a celebrarne un’implosione miserevole durante la fine degli anni ’80, la cosiddetta perestroika. Il crollo dell’URSS rappresenta la sconfitta concettuale e storica dell’ideologia comunista, le macerie che tale botto hanno provocato sono la testimonianza del suo fallimento; l’arretratezza in tema industriale e tecnologico ma soprattutto culturale e spirituale sono stati semi che, piantati in anni di cupa dittatura, hanno generato frutti degeneri emersi improvvisamente ai nostri occhi come spettri: il disastro di Cernobyl su tutti, ma anche lo scellerato mercato di privatizzazioni speculari cui è stato oggetto la Russia agli inizi degli anni ’90, così come le condizioni sociali disumane dei paesi assoggettati all’egida del Soviet nell’Est Europa, oppure la scoperta dei gulag e delle verità sottaciute sulle uccisioni perpetrate a volontà. Per non parlare poi di alcuni fenomeni comunisti comparsi nei paesi extra-europei, soprattutto in Africa e nel Sud-Est asiatico; la Cambogia del sadico Pol-Pot e dei suoi “khmer rossi” docet (50000000 milioni di morti il tetro primato che i vari comunismi del globo detengono). Viaggiando su un binario parallelo a quello dell’URSS, anche i partiti comunisti di altri paesi hanno subito questa involuzione e lo hanno accompagnato, magari con effetti retroattivi, al patibolo. In Italia, gli eredi dell’intransigenza partigiana che ammantavano rivoluzioni ma che in realtà hanno regalato il paese alle lobbies occidentali, dopo varie patetiche scissioni, hanno dato forma ad ibridi teatrini di matrice pietosamente buonista ed egualitaria… Oggi che siamo nel 2008, mentre le sinistre sedicenti antagoniste hanno abbandonato la dottrina originaria per consumarsi dietro alle baruffe idiote per i diritti dei gay, dei migranti, delle coppie di fatto, dei fatti di oppio etc. , nelle aule del parlamento non vi è più alcun loro esponente. Scomparsi anche da quei polverosi ed inutili banchi a cui per decenni sono stati fedeli abbonati, non resta loro che piangersi addosso e recriminare nei confronti di una storia di cui si credevano alfieri ma che invece li ha cancellati inesorabilmente. Morti e sepolti perché se tra i due regimi totalitari del secolo scorso ve n’è uno strettamente legato al contesto storico e dunque irripetibile in futuro, questo è certamente il comunismo. Se il fascismo è l’espressione attualizzata al ‘900 di istanze che affondano le proprie radici in tempi ancestrali e che ciclicamente trovano manifestazione nel corso della storia, il comunismo è invece la macchinosa idea positivista di una società post-capitalista contrassegnata dalla dittatura del proletariato. Quest’ultimo fenomeno fallisce quindi nella misura in cui viene sopraffatto dal capitalismo che invece di arrestarsi trova, da Marx ad oggi, ulteriore linfa e mutazione. Oggi permane ancora qualche folcloristico nostalgico della bandiera rossa che non desta però più preoccupazione ed è anzi il segno evidente della fine del loro tempo. Tra dieci anni non ve ne sarà più traccia e potremo sì ricordarne i centouno anni ma, parafrasando il titolo di una vecchia pellicola, senza badare a carica alcuna… Ottobre 2008, squilli di tromba suonano funebri per voi.

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Una risposta a C’era una volta falce e martello

  1. Cuore ha detto:

    i nuovi comunisti? sono capitalisti con i capelli rasta che vanno nei locali fashion!!!

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