Azzurra gioventù

I bagordi d’ogni tipo che scaturirono appena due estati fa dalla vittoria della Coppa del Mondo da parte della nazionale italiana di calcio furono particolarmente elevati; caroselli, sbandieramenti, urla di giubilo ed altre tra le più variegate espressioni di contentezza e vivacità accolsero l’evento in tutto lo stivale, culminando qui a Roma, in pieno centro storico. Scene che dimostrano come la vicenda sportiva riesca ancora oggi a coinvolgere gli animi degli uomini, nonostante l’oggettiva degenerazione indirizzata chiaramente verso una matrice spiccatamente affaristica di quello che nasce invece nell’antica Grecia come valore di sana e disinteressata competizione agonistica. Le rivendicazioni di identità ed appartenenza, elementi di imprescindibile legame nello sport così come nella vita, appaiono sempre più distanti dalla patina delle pubblicità e degli sponsor che sembra in quanto ad importanza rischiano addirittura di sostituirsi all’evento agonistico in sè. Privo quindi di questi due elementi, lo sport risulta essere sempre più un contenitore vuoto d’emozioni, un microcosmo artificiale retto in piedi da lucrose leggi di mercato. Ebbene, la partecipazione tanto calorosa di innumerevoli persone in tutto il pianeta dimostra che l’approccio allo sport riesce ancora ad eludere le dinamiche mercantili che intendono assoggettarlo e regala al buio moderno del razionalismo un sussulto di luce che nasce dal cuore. Un approccio popolare che ha avuto in passato la sua degnissima proiezione nello spirito puro degli atleti, in questo caso non solo indistinguibili rappresentanti dello sport quale valore universale, bensì cavalieri di un’idea che, attraverso lo slancio agonistico ed il palcoscenico che lo stesso offre, hanno potuto ergersi a delegati di una identità, simboli di istanze innanzitutto meta-sportive. La vittoria sportiva come mezzo e non come fine, lo sport come tassello organico dell’individuo che si nutre di una completa composizione al fine di sentirsi affermato fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Come non ricordare in tal senso il celebre gesto di coraggio dei due velocisti negri che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, dopo aver vinto una gara salirono sul podio e, al momento dell’inno statunitense, indossarono entrambi un guanto nero e alzarono il pugno al cielo in segno di protesta? Gesto che faceva esplicito riferimento alle Pantere Nere, movimento di negri americani che rivendicavano i propri diritti in un paese, quello degli Stati Uniti, che dietro la maschera della democrazia nascondeva un regime di feroce apartheid, l’unico esistito in un paese occidentale nel ‘900. Ma i casi in cui la miccia della mistica politica ha fatto il suo corso divampando in un plateale ingresso nello sport sono davvero tanti, alcuni dei quali di notevole fascino: Un paio d’esempi? Gli scontri rugbystici tra irlandesi ed inglesi, rappresentazione delle tante battaglie che per secoli si sono consumate sul verde d’Irlanda tra i patrioti e gli invasori; la maestosa rissa che fece seguito ad una agguerritissima partita tra Cecoslovacchia ed URSS in piena guerra fredda, quando l’est Europa viveva sotto la cupa egida sovietica. Anche istanze extra-politiche hanno potuto avere la propria affermazione per mezzo dello sport: la forza di volontà che affronta, combatte e supera il destino tragicamente avverso si è mostrata in tutta la sua lucentezza attraverso l’impeto di atleti che, sebbene una vita tragicamente segnata da gravi menomazioni fisiche, sono riusciti nell’intento di poter competere quasi alla pari rispetto agli altri. Insomma, lo sport, questo metodo umano così fisico, così naturale di fare competizione può trascendere la sua dimensione prettamente immanente e farsi labaro di esigenze, culture e talvolta di avanguardie ideali. A tema con un torneo internazionale qual è il campionato europeo di calcio che si tiene di questi tempi, riteniamo opportuno rendere un omaggio a quegli azzurri che negli anni ’30, col fascio littorio stampato sulle maglie all’altezza del petto e con i volti scavati dalla fatica e dalla tenacia, fecero l’impresa di regalare all’Italia le prime due Coppe del Mondo della sua storia calcistica, al di là dei pronostici di quegli esperti occidentali – sportivi solo da salotto – che screditavano la nazionale italiana perché fascista e rappresentante di uno Stato giovane, forte, sovrano, salvo riverire le vittorie di qualche arrogante nazione democratica, sfortunatamente per loro vittorie estranee ai verdetti del campo, poichè relegate soltanto alla dialettica borghese. Undici atleti che seppero imporsi anche grazie al loro atteggiamento sbrigliato e brioso, peculiarità di ogni migliore gioventù, misto all’eleganza ed alla classe che contraddistinguono da sempre le aristocrazie italiche. Ma le loro vittorie furono la conseguenza e la più nitida testimonianza di un nuovo ordine che si era instaurato in Italia per concederle sovranità e vigore in ogni campo. Altre discipline sportive del “fatto in Italia” conobbero in quegli anni un periodo aureo: mai dimenticare il mito del gigante friulano Primo Carnera nel pugilato, l’ardititismo al volante di Tazio Nuvolari, il cimento sportivo femminile di Ondina Valla nella corsa a ostacoli, in barba a quanti sottacciono il ruolo di assolute protagoniste che le donne svolsero in epoca fascista. E’ su questa nobilissima scia che si consumano le due vittorie mondiali della nazionale di calcio nel 1934 e nel 1938. Una scia prodotta dalla politica realmente popolare del regime, che seppe innanzitutto trasmettere ai cittadini il concetto di italianità per poi raccogliere i frutti di questo lavoro potendosi occupare di una comunità racchiusa intorno ad un destino comune. Nella riscoperta non demagogica del mito di Roma il fascismo si fa garante del motto mens sana in corpore sano e sollecita l’attività sportiva, instaura un giorno dedicato alle discipline del corpo (il “sabato fascista”) e nel 1928 crea il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI). Tutto ciò desta oggettivi apprezzamenti, tanto che nel 1932 la FIFA decide di affidare all’Italia l’organizzazione dei mondiali di calcio del 1934; per la prima volta nella storia una nazione europea viene riconosciuta degna di organizzare un evento di cotanto valore, nonostante qualche invidiosa perplessità dimostrata dai detrattori dai paesi liberali. Gli stessi detrattori che dovranno inventare presunti favoritismi arbitrali pro-squadra di casa pur di non concedere il meritato apprezzamento ad una nazionale italiana che, lontana dai favori del pronostico, conquista il 10 giugno la sua prima Coppa del Mondo battendo in finale un’ostica Cecoslovacchia. Allusioni ai favoritismi che verranno negli anni successivi smentite dall’indubbio valore di un’Italia che riuscirà ancora ad aggiudicarsi un campionato olimpico a Berlino nel 1936 ed una nuova Coppa del Mondo due anni più tardi. Molto gustosa fu quest’ultima vittoria, la cui importanza fu imbevuta di politica fin dai mesi precedenti all’inizio della competizione: la Francia dimostrò una spiccata propensione a voler appropriarsi del titolo mondiale sul proprio suolo, strappando la coppa ai detentori italiani, cugini d’oltralpe e fautori di una politica avversa a quella del coacervo demoplutocratico di cui anche la Francia faceva parte. I blues (ai tempi ancora di carnagione chiara)dovettero invece accontentarsi di arrestare il proprio cammino all’accesso ai Quarti di finale, laddove ebbero la sfortuna di incontrare proprio la vituperata Italia che regolò gli avversari con un autoritario 1-3. Risultato che spianò la strada agli azzurri che in semifinale eliminarono il temibile Brasile ed a Parigi il 19 giugno del 1938, imponendosi per 4-2 sull’esperta Ungheria, si aggiudicarono il secondo titolo mondiale della loro storia. Nell’arco di quattro anni l’Italia di calcio fascista, guidata dal celebre Vittorio Pozzo e rappresentata da una compagine di affiatati giovani tanto abili quanto modesti, ebbe il merito di vincere i due maggiori titoli mondiali ed il torneo olimpico; una vera impresa se si pensa che in quasi un secolo di storia non è riuscita ad eguagliare questo albo l’arrogante Inghilterra, la perfida che si ammanta di aver dato i natali a tale straordinario sport.
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