Ettore Muti: un eroe!

Il fascismo è stato senza dubbio un periodo storico che ha segnato indelebilmente il corso della storia d’Italia e del globo intero. Vanta una tale portata storica da essere riconosciuto trasversalmente come un motivo d’argomento ancora oggi attuale, seppur sovente in maniera talmente approssimativa da essere presentato più come fenomeno folcloristico che reale affermazione di volontà popolare. Non serve faziosismo per rivelarne gli aspetti positivi che ha prodotto nei vari campi del sociale che, raggruppati insieme, rappresentano la forma ideale di una nazione sana, operativa, vigorosa ed orgogliosa al tempo stesso. Riscoperta del passato glorioso di Roma, non per mezzo di uno sterile nostalgismo, bensì attraverso la riaffermazione di valori eterni che ne contraddistinsero la magnificenza imperiale contestualizzati nel secolo XX. Atteggiamento quest’ultimo che è purtroppo venuto meno con la caduta del regime, lasciando il passo ad un annichilente società moderna all’insegna del capitalismo. Opere di indiscutibile bontà sono ancora oggi visibili ai nostri occhi, di altre ne traiamo benefici sociali senza che la maggioranza degli italiani sia cosciente della loro paternità. Queste considerazioni fanno del fascismo una fucina di arte; ma sarebbe limitante riconoscere l’arte soltanto in base a quanto si edifica materialmente con quadri, sculture, viali, palazzi e quant’altro avvenga per mezzo della materia. Arte è anche modellare gli uomini, lavorare sul loro spirito al fine di forgiarne la caratura e renderli dunque testimoni di virtù che trascendano il concetto di tempo. Arte è inquadrare l’uomo in una schiera di ideali fratelli che formano un’unica volontà, concedendo loro uno stile assorbito dalla parola d’ordine “onore e fedeltà”. Produrre uomini di questo aspetto non poteva che essere prerogativa di un movimento che si costruì tra le trincee, laddove si manifestano spiccatamente spirito di corpo e coraggio. Molti di questi uomini ebbero modo di vivere in prima persona il fascismo sin dagli albori, rappresentandone poi la migliore essenza fino agli ultimi sanguinosi mesi, quelli della guerra civile, della scelta nobilissima di perseguire una battaglia su di una barricata ormai perduta, pur di non tradire. Alcuni di questi non ebbero purtroppo modo di appartenere a questa più recente fase storica del fascismo, il destino glielo proibì, il Signore li chiamò a sé prima di vederli sicuri protagonisti di quell’ultima battaglia per l’onore d’Italia. Caddero in guerra con la dignità di aver servito l’Idea sino all’estrema conseguenza a centinaia. A questi eroi fa eccezione una delle figure più fulgide e splendenti del ventennio, una delle sue migliori espressioni umane, Ettore Muti. L’epopea del guerriero ravennate Ettore Muti inizia quando egli è ancora giovanissimo; a 14 anni tenta una fuga verso il fronte di guerra in cui è impegnata l’Italia nel 1916 ma viene smascherato e rispedito a casa. Riprova l’anno successivo e stavolta, per mezzo di documenti falsi, riesce ad entrare organicamente tra le file dell’esercito, riuscendo appena quindicenne a distinguersi per le sue imprese; nello stesso anno nascono gli Arditi, di cui il minorenne Ettore entra subito a far parte. Nel 1919 cova un sentimento di legittima insoddisfazione, così come migliaia d’altri giovani italiani, nei confronti di un governo che, sebbene appartenente alla schiera dei paesi vincitori della Grande Guerra, si contraddistingue nell’elargire dei propri territori a sovranità altrui. La cosiddetta Vittoria Mutilata spinge anche lui verso Fiume al fine di rivendicarne l’italianità e di portare alto il prestigio di una nazione insieme ad una nutritissima fetta di giovani speranze. Il petto di Muti inizia a riempirsi di mostrine e l’avvento del fascismo non può che concedergli un ruolo da protagonista in battaglia: si afferma in Etiopia nella prima metà degli anni ’30, laddove nasce il mito di Muti quale eroe alato, presente alla guida del suo aereo ovunque si consumi uno scontro concitato. Dall’Africa, terra alla quale il colto e curioso Ettore Muti si affeziona, si trasferisce ben presto in Spagna. Il fascismo ha deciso di appoggiare i falangisti nella acerrima lotta che questi intendono perpetrare al cospetto di un esercito repubblicano che, in nome di un comunismo ferocemente ateo giunto dalla Russia fino alla penisola iberica, sta abbattendo ogni testimonianza di cultura spagnola alla luce dell’internazionalismo che il Komintern vuole diffondere. Qui si consuma probabilmente la più eccelsa impresa dell’esercito italiano che si fregia di onori in una guerra che per l’Italia non ha significato territoriale, bensì etico e di condivisione di civiltà con degli europei in lotta per la loro terra. Muti ha modo di giganteggiare sui cieli dell’Alcaniz, laddove riesce ad abbattere o a mettere in fuga 18 aerei avversari che lo avevano accerchiato. A suggello di queste valide imprese degli anni ‘30 viene insignito con merito della medaglia d’oro al valore militare e nel 1939 gli viene affidata la segreteria del Partito Fascista Repubblicano. In un periodo delicatissimo per la nazione si decide per l’affidare un ruolo così importante ad un uomo puro e dall’indiscutibile valore; ma è proprio la delicatezza del periodo che rende l’esperienza di Muti dietro la scrivania molto breve, l’entrata in guerra non può esimere un guerriero dal campo di battaglia. E’ così che abbandona l’incarico e riparte in volo verso missioni esemplari. Dopo il clamoroso ordine del giorno di Grandi e il conseguente arresto del Duce Mussolini, Muti viene trasferito in Spagna, dove gode di grande popolarità e dove è ritenuto a ragione il più illustre combattente della guerra civile. E’ proprio a Madrid che nel mese di agosto del 1943, dopo un mese dall’esilio a cui è stato forzato dal nuovo governo, apprende che in Italia si sta preparando un armistizio con gli anglo-americani; la notizia lo sconvolge e si piomba immediatamente a Roma. indignato mostra il suo veemente disappunto al nuovo capo di governo Badoglio. Per tutta risposta giorni dopo, il 19 agosto, lo stesso Badoglio arriva a chiedere a Muti di recarsi a Fregene, presso la divisione corazzata Camicie Nere, per convincere gli ufficiali a togliere la M rossa dalle mostrine dei loro soldati. Muti ovviamente non accetta di colpire la dignità di genuini servitori della Patria e si ritira sì nelle vicinanze di Fregene, ma per trovare serenità e meritato riposo nella sua villetta insieme alla compagna Edith Fucherova, ballerina polacca. E’ qui che la notte tra il 23 e il 24 agosto del 1943 si consuma l’infame omicidio ai suoi danni; Badoglio carpisce che Muti rappresenta l’essenza più pura del fascismo, la figura che nonostante le intenzioni denigratorie è impossibile da infangare, il perno attorno al quale potrebbero raggrupparsi nuclei di giovani smarriti dai fatti del luglio precedente. Viene allora inviato a prelevarlo da casa un commando di Carabinieri che senza dargli valide spiegazioni conduce Muti nei pressi di una pineta adiacente alla sua abitazione e che, dopo aver inscenato una inutile commedia con le parvenze di un processo seduta stante, lo fredda a tradimento con innumerevoli spari dietro la schiena, vengono addirittura lanciate al suo indirizzo due bombe… Il corpo verrà ignominiosamente nascosto tra le pattumiere dell’ospedale militare del Celio e solo grazie all’intervento di due suoi amici dell’esercito verrà rintracciato e trasportato al Verano. Soltanto con l’avvento della Repubblica Sociale, esattamente il 17 febbraio 1944, le spoglie dell’eroe verranno trasferite a Ravenna e solennemente sepolte nella chiesa di San Francesco, dove riposano i ravennati illustri, dove riposa anche Dante Alighieri. I suoi nemici, che corrispondono anche ai nemici dell’Italia tutta nel suo periodo di massima sovranità e splendore, vollero con la sua uccisione colpire il simbolo del fascismo: la semplicità, l’abnegazione, la Marcia su Roma, sulle terre d’Africa e di Spagna. Invece quel 24 agosto rappresenta il solco verso la rinascita; il fremito e l’indignazione spinse innumerevoli italiani a rompere ogni indugio iniziale e ad effettuare una scelta chiara finalizzata a riscattare la Patria dall’opportunismo che portò le anime empie ad avallare l’invasione anglo-americana del nostro territorio. La scelta chiara ebbe manifestazione il mese successivo e risponde al nome di Repubblica Sociale Italiana. Il 22 maggio del 1902 nasce quindi non solo un degno figlio d’Italia, non solo un eroe di guerra ed un uomo che alle ambizioni e alla vetrina preferì sempre la solidarietà verso i camerati e la semplicità degli uomini più saggi, nasce un mito che fece da detonatore ai natali settembrini di un gagliardetto tricolore fregiato dalle parole “onore e fedeltà”. Celebriamone i 106 anni!
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Una risposta a Ettore Muti: un eroe!

  1. vito ha detto:

    e\’ stato un eroe in mezzo a tanti vigliacchi e alla fine questi vigliacchi lo hanno ucciso onore al militare più decorato d\’Italia sempre e ricordate tutto era tranne che un fascista lui era semplicemente Ettore Nuti.

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