25 aprile: lutto!

E’ pazzesco, è evidente dimostrazione di inettitudine o, peggio, di malafede travestita da falso moralismo. E’ un insulto esplicito all’Europa, agli anni contrassegnati dallo splendore nelle arti e nella guerra, dal dominio sul mondo intero in ogni campo culturale. E’ un falso storico che riecheggia ogni anno ad aprile e che fa si che ci si autoconvinca masochisticamente che nello stesso mese dell’ormai lontanissimo 1945 sia avvenuto per il continente, per il pianeta tutto, un fatto positivo. Si celebra la data che rappresenta il suggello di un’infame guerra civile che ha visto uomini della stessa nazione scannarsi come fiere mosse da primitivi impulsi, gli uni per difendere ogni brandello della propria terra dall’invasione di popoli che, provenienti dall’Est bolscevico o dall’Ovest plutocratico, erano accomunati dal medesimo proposito: aggredirci ed imporre la loro visione del mondo, il loro giogo alle nazioni legate da un patto d’acciaio all’insegna del latino fascio littorio e dal nordico swastica. Oltraggioso nei confronti della nostra dignità di europei, della catena di sangue e spirito che ci ricollega idealmente a secoli e secoli di affascinante storia, non riconoscere che nell’aprile del 1945 non vi sia stata esclusivamente una sconfitta per gli italiani o per i tedeschi. E’ necessario ribadire fino a che avremo fiato in gola ed inchiostro da poter spendere su carta che la seconda guerra mondiale fu persa dall’Europa. Fregiati del titolo di vincitori hanno perso la guerra anche gli inglesi e i francesi, i belgi e gli olandesi, gli slavi e gli scandinavi, così come i neutrali spagnoli. Sebbene alcuni di questi paesi abbiano decorato il loro petto con medaglie luccicanti ed abbiano partecipato alla miserabile spartizione di territori al tavolo degli americani e dei sovietici. Chiunque abbia un minimo di cognizione di causa in materia storiografica, chiunque si approcci all’argomento con un barlume d’obiettività e di logica, rileva come quell’aprile 1945 abbia segnato la fine di un prestigioso percorso che, attraversando il tumultuoso e talvolta severo corso della storia, aveva insignito il Vecchio Continente quale guida, politica e spirituale, degli umani eventi. A seguito di quei giorni cupi l’Europa, da soggetto, si avviava a diventare oggetto della politica mondiale. I fatti ci hanno dato inesorabilmente ragione, a prescindere dagli starnazzi da oche dei burattini e dei burocrati della politica che ci paventano presunto vigore e senso di comunità, forti di quella meschina struttura prettamente economica che risponde al nome di Comunità Europea. Starnazzi che come tali, al cospetto dell’evidenza di un’Europa sempre più americanizzata nei costumi e sempre più appiattita come coscienza dal cancro dell’individualismo e del mito del progresso materiale, rappresentano per le nostre orecchie inquinamento acustico. Nulla potrebbe oggi l’Europa qualora le onde degli orgogliosi e devoti popoli islamici, delle stoiche e volenterose neo-potenze asiatiche decidessero di urtare contro le sue decrepite strutture sempre più dipendenti dal padrone a stelle e strisce. La loro veemenza è dimostrata dall’enorme mole immigratoria che riescono a muovere verso di noi; la loro scafatezza e volontà d’affermazione e di espansione, le loro donne dal ventre sempre energicamente propenso a generare nuove vite. Di contro, la secolarizzazione della nostra fede, la desolazione delle nostre di donne, dal ventre dedito al massimo a muoversi al ritmo musicale su di una pista da ballo. Questa è un’Europa svuotata da ogni slancio verticale dal materialismo e dal benessere borghese che rendono l’uomo relegato a cane da guardia della proprietà, del suo cantuccio, della sua effimera libertà di sentirsi padrone anarchico di se stesso e di ciò che lo circonda, del prezioso bene con cui Dio ci ha donato di convivere: la natura. Questo lo squallido paesaggio verso cui i nostri destini di europei si sono affacciati il giorno in cui ci venne aperta innanzi la porta della libertà: un grigiore che col passare dei decenni s’è infittito e ci sta condannando sempre più evidentemente alla stregua di volgo urlante ed isterico; materia grigia scarsamente stimolata, cuore vuoto d’ogni fede, ecco il tipo umano deriso e truffato da caste di abbuffini che speculano sulla sua miseria, facendolo soltanto credere libero e tenendolo realmente come uno scodinzolante cagnolino al collare di subdole ed invisibili dittature presiedute da lobby finanziarie che dettano regole a governi che “democraticamente” la massa elegge attraverso la farsa della croce sulla scheda elettorale. Ebbene, è coerente allora con la loro bassezza che i nostri contemporanei riconoscano nel 25 aprile una data chiave della turpe svolta cui fu vittima sacrificale l’Europa, la definitiva affermazione della deriva antropologica di cui sopra. Il merito storico di tentare una svolta a tale deriva viene riconosciuto ancora oggi da chi crede ancora nella purezza del proprio cuore e del proprio sangue che ne pompa le arterie. Riconoscimento che va all’Asse italo-germanica, non è un caso che l’ostracismo di tutto il mondo occidentale (quello dei plutocrati) fosse stato palesato verso i fascismi ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Una solida Asse che si prefisse il nobile scopo di ridare una spina dorsale all’Europa tutta, di ricondurla sulla strada della grandezza e della sovranità, spezzando le reni alle sanguisughe dell’alta finanza che intendevano avventarsi su di essa. Nell’Asse riviveva, in forma contestualizzata al periodo storico, il mito del Sacro Romano Impero, quell’incontro operante tra romanità e germanesimo che aveva assicurato all’Europa la fioritura della civiltà medievale. Non a caso a Berlino si guardava alla spiritualità nordica ed a Roma riviveva il classicismo imperiale. Inevitabile fu lo scontro radicale con le potenze nemiche, con chi opponeva a questa comunione di spiriti una visione del mondo nel nome del materialismo. In molti, a prescindere dall’appartenenza nazionale, ebbero la sagacia di cogliere la portata universale di un tale scontro ed ebbero, prima la qualità spirituale di riconoscersi nell’Asse, poi la volontà e il coraggio di condividerne la barricata. Ogni angolo del Vecchio Continente è testimone di episodi che videro protagonisti eroi di tutte le nazioni che, nonostante l’impari superiorità meccanica del nemico, tennero duro fino alla fine, sino in fondo, fin davanti al plotone d’esecuzione o davanti alle condanne delle Corti eccezionali. L’Europa è dunque morta nell’aprile 1945, ma l’ha fatto con onore. I suoi ultimi cavalieri ne hanno tenuto alto il vessillo: lo hanno fatto i francesi della divisione Charlemagne sotto il Reichstag berlinese fino ad oltre un mese dalla fine della guerra, lo hanno fatto i falangisti spagnoli caduti presso Leningrado o nella prigionia siberiana, come i superbi combattenti della Legione Vallone che arrivarono fino al Caucaso o i camerati dell’Est che tentarono coraggiosamente di difendersi dalla crudeltà dell’orso sovietico. Lo hanno fatto gli ultimi superstiti germanici per difendere strenuamente i ponti dell’Adige e del Po, accanto ai marò della X flottiglia MAS. E’ nostro compito oggi cogliere il senso del loro sacrificio, raccoglierne l’ideale torcia e badare a tenerla accesa al fine di creare uno spiraglio di luce nel buio della notte cui oggi siamo noi tutti condannati, auspicando che tale luminosità venga alimentata da chi dopo di noi sarà chiamato a farlo. Laddove c’è sincero ricordo di un passato dignitoso c’è speranza di un futuro nuovamente tale. Viva L’Europa!
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