Sul mito del ’68

Ormai hai quarant’anni, è ora che tu sappia di chi sei figlia, cara società contemporanea…

E’ parafrasando uno slogan ironico apparso qualche stagione fa su uno striscione di curva che vogliamo aprire una parentesi, una nota di breve analisi su ciò che è stato quattro decenni fa, sulle condizioni che fecero da premessa allo scaturirsi di quegli eventi e sui pessimi frutti che gli stessi hanno generato. E’ bene riconoscere la nostra assoluta estraneità a quel complesso di superstizioni che caratterizzarono un anno in cui non avvenne alcuna guerra, né rivoluzione, ma che rappresenta oggi il simbolo delle rovine del nostro tempo al di sopra delle quali è nostro imprescindibile compito elevarsi. Sintomatico il fatto che chiunque voglia legittimare sé stesso nell’ambito del mondo moderno debba riconoscersi in continuità ideale con quella stagione all’insegna del caos e della degenerazione, o debba quantomeno riconoscere in quell’inestricabile susseguirsi di eventi una valenza positiva. Una stagione di affermazione, di conquiste. E’ così che ci è stato sbrigativamente riferito.

I venti provenienti da occidente iniziarono d’altronde a soffiare sulla nostra amata Europa sin dallo sbarco americano in Normandia, minacciosamente ma non sempre con impeto, prima attraverso le bombe, poi in modo subdolo ebbero la capacità di installare il virus della modernità più bieca, quella dell’american way of life, del sogno consumista a stelle e strisce. L’occupazione del nostro suolo millenario da parte delle U.S. army fu soltanto il primo tassello di un atroce processo a fasi che si assunse il compito di stravolgere usi e costumi scalfiti nella storia, le specificità dei tanti popoli europei che composero per secoli un armonioso mosaico di identità. Catapultati improvvisamente nel dopoguerra, i popoli europei assaporano la comodità del benessere dopo anni di sacrificio e sofferenza. Questa la capacità della martellante propaganda americana: passando per la desolante elemosina chiamata piano Marshall e per la commercializzazione di prodotti allettanti, creò nell’europeo occidentale la convinzione che non vi fosse società migliore di quella che gli occupanti stavano proponendo loro, minando i valori identitari, quei capisaldi che hanno composto da sempre la spina dorsale del Vecchio Continente. Un processo di sovversione dunque, che pone le premesse per una ribellione disordinata e piuttosto confusa nei contenuti, che si riconosce soltanto nella riluttanza anarchica verso ogni tipo di autorità, di principio, di rettitudine. Vietato vietare è la parola d’ordine. Nessuna proposta alternativa, soltanto il capriccioso battere i piedi di un immenso gregge di bambini mai cresciuti e annoiati dal grigiore borghese. A quali conquiste può condurre un quadro di cotanta disgregazione ed assenza d’ideali, se non altrettanta disgregazione ed appiattimento mentale? Non è certo un caso che la presunta scorsa di chi condusse quella crociata verso il nulla, mossa esclusivamente da personale insoddisfazione, si sia dissipata all’interno delle quattro mura di un salotto presenziato da benpensanti dediti alla dialettica come un innamorato allo sfogliare la margherita, rappresentanti dell’odierna borghesia, la più statica e presuntuosa degli ultimi decenni. Quella affezionata alle etichette istituzionali che concedono ai reduci delle occupazioni universitarie e dei concerti triviali stile Woodstock titoli di dottori e professori. Esimi rappresentanti dell’attuale classe dirigente che alle costose giacche e cravatte che indossano oggi preferivano in gioventù lo squallore estetico quale simbolica riluttanza verso la società che li aveva generati, squallore delle lunghe chiome affannosamente legate da fascette sulla fronte, degli stracci colorati con parvenze da camicie e da pantaloni. Edulcorati sessantenni che alla lettura ed al contributo culturale che oggi ostentano preferivano all’epoca il comodo “6 politico” e l’abbattimento di ogni residuo comunitario, gerarchico e umanistico che la scuola vantava fino a prima del 1968. Ecco chi sono oggi gli artefici di quel tanto rumore per nulla, le brutte copie dei loro nemici d’allora. I vecchi paladini di ogni qual tipo di libertà, di istinto primitivo, di ogni qual tipo di diritto, senza minimamente contemplare il concetto di dovere. Hanno regalato ai loro figli cambiamenti ben poco invidiabili: l’avvento definitivo dei movimenti di massa, rivelatosi strumento di soppressione verso l’individualità dell’uomo, la morte del millenario concetto di popolo in nome dell’internazionalismo livellante; il diffondersi dell’uso delle droghe più disparate in nome della necessità di trovare nuovi ed originali stimoli al di là della noiosa semplicità della natura umana, un diffondersi che è degenerato mietendo vittime a migliaia, un fenomeno più efferato di una guerra; la liberalizzazione dei costumi sessuali che ha svuotato di bellezza e di sacralità quel mistico meccanismo che rappresenta l’unione amorosa tra uomo e donna, quella ideale proiezione cosmica di naturale complementarietà è stata relegata ad un grezzo istinto bestiale; l’emancipazione della donna che l’ha pian piano allontanata dalla sua dimensione di madre, di custode del fuoco famigliare, rendendola un volubile oggetto sessuale che pur di affermare la propria autodeterminazione arriva a concedere il proprio delicato corpo senza riserve o, peggio, a rivendicare la morte di una vita che porta in grembo. Ecco la libertà, ecco le conquiste. Ecco la coerenza di quanti ne furono i protagonisti di quell’anno che noi ripudiamo; i vecchi sessantottini, la loro società del nuovo millennio sono la testimonianza del fallimento delle loro giovanili utopie. Unica nota positiva, che fu chiaramente emarginata dalla miseria ideale dell’occidente, l’anticomunismo della Primavera di Praga e l’estremo sacrificio dell’unico vero eroe del ‘68, Jan Palach, immolatosi per la propria patria. Concetto quest’ultimo, che coi sessantottini ha in effetti poco a che fare…

Nessuna occasione persa per chi non si riconobbe e non si riconosce tuttora in quei frenetici sussulti anarchici; soltanto il vanto di chiamarsi fuori dal gregge del pensiero unico e definirsi orgogliosamente schivi all’omologazione, per l’identità e l’appartenenza. Spavaldi di essere noi stessi, individui assoluti, contro la massificazione delle coscienze di cui il ‘68 ne è simbolo.

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