Buon solstizio, buon Natale, buona rinascita!

Partiamo da un concetto ben radicato di distinzione; è bene premettere che queste righe così stringate ma al contempo cariche di significato non sono un mero e formale augurio di buone feste e di buon anno che incondizionatamente viene elargito a chiunque. Vogliamo dedicare un augurio che sa molto di sprono e che è indirizzato a coloro che sentano dentro se stessi di poterne cogliere il senso più profondo, coloro che abbiano l’attitudine a poter percepire segnali che i più non potranno mai interpretare poiché hanno lo sguardo sognante ormai sbarrato da una cortina di fumo così tetra da relegarli alla mediocrità del vivere e del pensare piccolo, materialista, effimero, borghese.

I nostri padri, in tempi in cui era costume alzare lo sguardo e scrutare i segnali del cielo al fine di coglierne l’ideale mirra necessaria ad abbeverare lo spirito dell’uomo, vivevano con solenne senso religioso la ciclicità del tempo e salutavano in modo rituale l’avvento delle stagioni, testimonianza costante ed assoluta di morte e di rinascita. Il Solstizio d’inverno rappresentava l’oscurità che si impossessa della terra, la notte che prevale sul giorno e la luna, le nuvole, il freddo, le piogge, le nevi che impediscono al sole di alimentare la semplicità della vita umana di quei tempi: il raccolto dei contadini e la gioia metafisica che i colori primaverili risvegliano tra le anime pure. Sebbene fosse dunque il periodo dell’anno meno propizio, veniva salutato l’arrivo della stagione invernale con eguale intensità che veniva dedicata al Solstizio d’estate. L’inverno rappresentava la simbolica presa di coscienza che insorgere è risorgere, che è solo per mezzo delle avversità che ci si prefigge un espediente che possa sfidarle e debellarle, una meta da dover a tutti i costi raggiungere, che è solo arrivando al punto più alto e faticoso di una salita che ci si può approcciare alla conseguente discesa oppure che è solo partendo dal punto più basso di un abisso che si può avere l’indispensabile slancio per poter risalire la china. Questo il periodo in cui veniva esaltata l’invincibilità del sole, fonte di vita, al cospetto del tentativo di oblio che l’oscurità invernale tenta di imporre all’uomo. Ma con identica convinzione – è d’uopo sottolineare – si salutava e si dava il benvenuto all’inverno, periodo dell’anno necessario ad alimentare quel senso mistico di catarsi che nell’uomo era rappresentato dalla religione quale fonte di vita nella sua pienezza tripartita, corpo, anima e spirito. C’è una figura mitologica che ricorre in molte religioni e che forse più d’ogni altra esplica il concetto che abbiamo appena affrontato, è la fenice. Uccello sacro dall’aspetto di un’aquila reale e dal piumaggio dall’abbinamento di colori splendente e suggestivo, il collo color d’oro, le piume rosse porpora, azzurra la coda con penne rosee. Dopo aver vissuto per 500 anni la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte e si ritirava in luogo appartato laddove, con estrema cura si preparava un nido per accoglierla dignitosamente. Dopodichè si adagiava su di esso e lasciava che i raggi del sole l’incendiassero mentre cantava una soave canzone con cui si congedava. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice, immediatamente la nuova Fenice, giovane e potente, volava fiera e si posava sopra l’albero della vita. Ecco, la rinascita di tale uccello dal fervido significato si cela agli occhi dei miseri ma è con magnifica potenza che si presenta agli occhi di chi intendere sconfiggere ogni moderno scetticismo, figlio di quella pericolosa mentalità che intende conoscere gli animali, così come tutte le cose del mondo, esclusivamente attraverso la cultura scientifica dello studio di ciò che banalmente e noiosamente è razionale. Per poterne percepire l’elegante battito di ali ed accoglierne il caloroso messaggio di chi rinasce dalle proprie ceneri è fondamentale aprire il proprio cuore ed indirizzarlo nella giusta direzione. Non arrestiamo la nostra marcia, camerati! Più cresce la paura del buio e più si genera il coraggio per farne fronte insieme ai fratelli di barricata, più è scura la via da percorrere più è vicino lo spiraglio di luce che preannuncia l’avvento dell’aurora. Amiamo la vita così come ci insegnano i nostri padri, nella sua pienezza e nella sua spiritualità; è solo così che possiamo ancora sperare, mantenendo la fede salda nel fondo del cuore. La fede come detonatore per alimentare una fiamma che bruci in noi e ci doni la fierezza di appartenere ad una schiera braccata ma mai doma, composta da compatti uomini d’altri tempi. D’altronde, al di là d’ogni astrusa nozione cara agli intellettuali, è il sentire e non il pensare che ci unisce. Ebbene, d’inverno il sentire ci fa percepire un soffio di vento, quel meccanismo naturale che preannuncia alla stessa maniera sia l’avvento di tempi nuovi che l’avvento della affascinante e tenebrosa donna in abito scuro… Usque ad finem!

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