Anzio e Nettuno: la vera resistenza italiana

Alcune pagine di storia, su cui si abbatte impietosa da decenni la censura oscurantista del sistema, al fine di legittimare oltre sessant’anni di scelte politiche fallimentari, sono circoscritte al ricordo dei testimoni diretti. Testimoni di epoche che, per l’intensità con cui sono state vissute dai protagonisti, per i sacri ed eterni vincoli di sangue e spirito di cui sono permeate, per gli episodi di onore e fedeltà che le hanno contraddistinte, sembrano a noi, figli di un’epoca materialista ed individualista, di una distanza inavvicinabile. Tanto distanti da noi, quanto vicine ad epoche caratterizzate da uomini con elmi piumati e grossi scudi, con gladi affilati e resistenti armature. Uomini che sacrificavano la propria vita per ragioni di carattere divino, di obbligo spirituale verso se stessi, verso la propria Idea, che possedevano uno stile di vita tendente a valori trascendentali. Uomini che agivano senza badare ai frutti, alle prospettive legate al guadagno materiale, al successo, alla vittoria o all’approvazione altrui. Questi valori ebbero modo di manifestarsi in innumerevoli circostanze durante l’ultima Guerra Mondiale, si manifestarono in ogni zona d’Europa (dalla Renania alla Lettonia, dalla Norvegia all’Italia), nei posti più disparati (dalle trincee e i campi di battaglia alle fattorie e i campi di grano). Zone che videro sacche di vera resistenza opporsi a coloro che, oggi dipinti come liberatori, invadevano e profanavano la nostra terra europea. L’esempio più lampante che giunge a noi è dato dal sacrificio di un gran numero di soldati e civili, spesso uomini e donne senza nome dimenticati dalla storiografia ufficiale. Le loro gesta eroiche rappresentano oggi una importantissima ragion d’essere storica, rappresentano l’ideale passaggio di testimone alle generazioni successive di quei valori trascendentali a cui accennavamo prima. Nel mese di marzo, allo sbocciare dei primi fiori e al volare delle prime rondini, inequivocabili segnali primaverili di nascita e di luce splendente, giunse l’occasione di assumere questo impegnativo ruolo storico alle SS-Italia. L’invasore anglo-americano è ormai approdato anche sulle rive laziali ed è, per questa divisione, l’immancabile occasione di opporre al suo avanzare una strenue resistenza italica. L’occasione per farsi valere si presentò precisamente il 20 marzo 1944, quando il Battaglione Vendetta comandato dal Colonnello Carlo Federico degli Oddi venne inviato sul fronte di Anzio aggregato alla 715° divisione di fanteria tedesca. Questa scelta farà sì che la data del 20 marzo 1944 resterà scolpita per sempre nel ricordo, rappresenta l’inizio di una estenuante opposizione all’incedere del nemico per oltre 70 giorni, perdendo 340 uomini su un totale di 650. I combattimenti sono durissimi, basti considerare che la proporzione è di uno a dieci, contro un nemico copiosamente fornito di armi automatiche, di mezzi meccanizzati e corazzati. Trincerati in buche uniche, le SS, dotate del normale armamento di fanteria italiana, tennero per circa 70 giorni, tra privazioni e angustie, oltre 4Km di fronte, infliggendo al nemico perdite 20 volte superiori alle proprie. Il bilancio della disperata resistenza nel contendere ogni centimetro di quella terra può oggi essere riassunto con queste cifre: 340 caduti, oltre metà degli effettivi, 22 croci di ferro, 10 medaglie d’argento e 52 promozioni. Verrà concesso il gagliardetto del battaglione, la medaglia d’argento al valore militare. Tale riconoscimento venne così salutato da “Avanguardia”, organo ufficiale delle SS-Italia:

“Annunziò a Nettuno il ritorno al combattimento e all’onore dei migliori figli della Patria. Il riconoscimento dell’uomo che incarna gli ideali per cui i nostri uomini si sono battuti. Il sapore mitico del quadro guerresco in cui gli uomini del colonnello degli Oddi combattono, muoiono e vincono deriva soprattutto dalla grandiosità di ciò che i nostri Legionari hanno compiuto, contrapponendo nell’ultima battaglia, in cui si vedono gli uomini assalire i carri armati, la carne di fronte all’acciaio.”
L’avvenimento ebbe, come logico che sia, vasta cassa di risonanza anche in Germania. Il 27 aprile 1944 venne emanato l’ordine del giorno firmato da Karl Wolff (comandante supremo delle SS nel nord-Italia) che recitava:
“Il comandante supremo delle SS ha disposto per ordine del Fuhrer la costituzione della 1° Brigata Italiana Granatieri SS (Waffen Granadier Brigate der SS).
In base a questo la 1° Brigata d’Assalto porterà con effetto dal 27.04.1944 la suddetta denominazione. Ciò significa un riconoscimento del comandante supremo per “l’attività svolta da ufficiali, sottufficiali e legionari”.
Tutto questo portò al permesso per i combattenti di Anzio e successivamente per tutti gli SS italiani, di fregiarsi delle mostrine nere, simbolo di indiscutibile valore fino a quel momento riservato prettamente alle divise dei loro commilitoni tedeschi.
In queste brevi ma intense righe di storia adombrate dai censori la dimostrazione che, oggi come ieri, in ogni contingenza storica, è possibile riconoscere i veri uomini, coloro i quali dal proprio valore generano il loro volere… Tutto ciò a testimonianza che la fiamma della Tradizione avrà sempre dei tedofori disposti a tenerla accesa ed a consegnarla alle generazioni future.

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